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La pittura di Egon Schiele, mal di vivere anche nei suoi splendidi paesaggi

STILE La pittura di Egon Schiele, esponente dell’Espressionismo austriaco e allievo di Klimt nel contesto della Secessione viennese, rappresenta una delle principali testimonianze del mal di vivere del primo Novecento. Schiele era un artista di profonda sensibilità e tormento, e la sua dolorosa condizione esistenziale trovò espressione soprattutto nei numerosi autoritratti. In essi, il pittore si mostra completamente nudo, con un corpo magro che appare malato, non fisicamente, ma come metafora della malattia della sua anima. Questa nudità cruda e senza filtri rivela un’interiorità dilaniata, una fragilità esistenziale che è il fulcro della sua opera. Schiele proiettò il suo mal di vivere anche nei suoi splendidi paesaggi, spesso caratterizzati da alberi isolati e spogli e da fiori dalle evidenti qualità antropomorfe. Amava osservare “il movimento corporeo delle montagne, dell’acqua, degli alberi e dei fiori. La natura di Schiele, quindi, non è una rappresentazione fedele della realtà, ma una natura simbolica che ci mette in contatto diretto con la triste verità del vuoto dell’esistenza, esprimendo una visione sconfortata del mondo e della vita. I suoi alberi magri e i lunghi girasoli sfioriti ci parlano di tristezza e solitudine.

Il mal di vivere

La dolorosa meditazione sulla propria condizione esistenziale, quella di chi vive senza vivere davvero, caratterizza anche la poesia di Eugenio Montale , quasi coetaneo di Schiele. Al fondo della sua poetica c’è una visione fortemente pessimistica della vita, che si esplicita nella sua celebre definizione del male di vivere. Nella poesia Portami il girasole ch’io lo trapianti, contenuta nella raccolta Ossi di seppia del 1925, il giallo del girasole, come quello dei limoni in altri suoi versi, è una fonte di tenera consolazione, alleviando il disincanto del poeta per cui tutto, alla fine, non è che un’illusione. Montale ritiene che la poesia, come l’arte, non sia in grado di portare ordine nel caos interiore dell’uomo, ma può solo certificarlo, esprimendo una condizione di non conoscenza: “Non domandarci la formula che mondo possa aprirti. Il male di vivere montaliano è evocato da immagini concrete e toccanti diventando emblemi del senso di fatica e di dolore che segnano la condizione umana”.

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