STILE – Il mistero della durabilità quasi millenaria del calcestruzzo romano è stato finalmente risolto, confermando le ipotesi sull’uso della tecnica di hot-mixing. Contrariamente alle metodologie moderne, questo antico processo non prevedeva solo la cenere vulcanica, ma una miscelazione a secco della calce viva con il materiale pozzolanico. La decisiva aggiunta di acqua innescava una reazione termica, documentata da reperti a Pompei, che creava frammenti di calce reattiva. Questa matrice unica è il segreto dell’incredibile autoriparazione del materiale: quando si formano microfratture, l’acqua le attiva, permettendo ai frammenti di calce di cristallizzare e sigillarle, garantendo la longevità di strutture come il Pantheon.
Sostenibilità per l’edilizia
La conferma scientifica del processo di hot-mixing non è solo un trionfo storico, ma apre nuove frontiere per un’edilizia più sostenibile. Replicare le proprietà del calcestruzzo romano significa poter sviluppare materiali da costruzione intrinsecamente più resilienti e duraturi. L’obiettivo è ingegnerizzare un cemento che possa auto-sigillare le crepe, riducendo drasticamente i costi di manutenzione e l’impatto ambientale. Data l’alta intensità carbonica della produzione di cemento tradizionale, ispirarsi a questa formula immortale offre una via concreta verso un futuro in cui i materiali edili non solo resistono al tempo, ma contribuiscono attivamente alla sostenibilità del settore.













