MERCATI – La sessione di ieri si è conclusa in un clima di estrema incertezza per i mercati finanziari globali, dominati dall’attesa febbrile per la scadenza dell’ultimatum fissato dal Presidente Donald Trump. Con il countdown che stringeva i tempi, le piazze europee hanno mostrato una volatilità marcata: il Brent è tornato a lambire quota 111 dollari al barile e il WTI è salito sopra i 115 dollari, riflettendo il timore concreto di una nuova escalation militare nel Golfo Persico. Gli investitori guardano con apprensione allo Stretto di Hormuz, il cui blocco quasi totale operato da Teheran minaccia di soffocare il 20% del traffico petrolifero mondiale, alimentando nuove ondate inflattive che potrebbero costringere le banche centrali a rivedere le proprie politiche sui tassi.
Crisi Hormuz e geopolitica: l’impatto sui titoli energetici e la difesa
Mentre Wall Street ha proceduto appesantita dai timori per un imminente attacco alle infrastrutture strategiche iraniane minacciato via social dal Commander in Chief, a Piazza Affari e sulle borse continentali si è registrata una corsa ai titoli del settore difesa ed energia. L’instabilità geopolitica sta spingendo gli asset rifugio, con l’oro in rialzo e il dollaro che oscilla in attesa di capire se la diplomazia dell’ultimo minuto potrà evitare il conflitto aperto. Gli analisti avvertono: un fallimento dei negoziati per la riapertura di Hormuz non solo spingerebbe il greggio verso i massimi storici del 2008, ma rischierebbe di mandare in fumo la fragile ripresa economica del 2026, gravata già dai costi dei dazi e da una crisi degli approvvigionamenti che sta colpendo duramente le filiere industriali asiatiche ed europee.

















