ECONOMIA – Le Borse asiatiche chiudono la sessione in territorio negativo, riflettendo la prudenza degli investitori di fronte a un quadro macroeconomico instabile. A pesare sui listini sono soprattutto i timori legati alla tenuta della tregua nel Golfo e il conseguente rialzo del prezzo del petrolio, che torna a correre alimentando lo spettro di un nuovo shock energetico. La cautela regna sovrana in attesa della pubblicazione dei dati sui prezzi core negli Stati Uniti relativi a febbraio: le previsioni indicano un aumento dello 0,4%, un segnale preoccupante che potrebbe confermare la persistenza delle pressioni inflattive. Il mercato teme che questi numeri non incorporino ancora pienamente le recenti tensioni geopolitiche, lasciando presagire ulteriori strette monetarie.
Attesa per i dati sull’inflazione USA mentre le tensioni nel Golfo spingono il greggio
L’instabilità nell’area dello Stretto di Ormuz rimane il principale driver del greggio, con ripercussioni immediate sulla fiducia dei mercati globali. Se l’inflazione americana dovesse confermare il trend di crescita per il secondo mese consecutivo, la Federal Reserve si troverebbe costretta a mantenere una postura restrittiva più a lungo del previsto. Questo scenario penalizza i titoli tecnologici e i settori sensibili ai tassi, mentre spinge la domanda di asset rifugio. In questo contesto, il rischio di un’accelerazione dell’inflazione globale diventa concreto, trasformando il recupero dei listini della vigilia in un lontano ricordo e costringendo i trader a una gestione del portafoglio basata sulla massima difesa e sul monitoraggio costante delle news geopolitiche.

















