MONDO – Il Burkina Faso è oggi l’epicentro di una crisi che trascende il conflitto militare, trasformandosi in una sistematica distruzione del tessuto sociale. Le recenti offensive del gruppo JNIM, affiliato ad al-Qaeda, non mirano solo a colpire l’esercito, ma a isolare le popolazioni civili attraverso una tattica di terrore mirato. Esecuzioni, rapimenti e il sabotaggio delle infrastrutture di telecomunicazione servono a recidere ogni legame tra lo Stato e le periferie. Colpendo i villaggi che collaborano con i Volontari per la Difesa della Patria, i jihadisti impongono un bivio drammatico alle comunità rurali: la sottomissione totale o l’annientamento, dimostrando l’incapacità della giunta militare di Ouagadougou di garantire una protezione capillare.
Asimmetria del conflitto e il ritiro dello Stato
La natura asimmetrica della guerra nel Sahel vede i gruppi armati sfruttare una mobilità estrema contro uno Stato costretto a una difesa statica di città e mercati. La scelta della giunta di massificare il ricorso alle milizie locali ha esposto i civili a rappresaglie feroci, assottigliando il confine tra combattenti e residenti. Questa “guerra invisibile” sta erodendo la sovranità territoriale, trasformando il Burkina Faso in un corridoio d’instabilità che minaccia ora i paesi del Golfo di Guinea. Senza una strategia che integri la sicurezza con il ripristino dei servizi essenziali e della giustizia, il lento arretramento dello Stato rischia di diventare irreversibile, lasciando il controllo della vita quotidiana nelle mani del terrore.














