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Economia: se l’inflazione Usa è sopra il 3% la Federal Reserve non taglierà prima di settembre

ECONOMIA – Economia: se l’inflazione Usa è sopra il 3% la Federal Reserve non taglierà prima di settembre.

di LIVIO SPADARO – FRAME ASSET MANAGEMENT

ECONOMIA: SE L’INFLAZIONE USA È SOPRA IL 3% LA FEDERAL RESERVE NON TAGLIERÀ PRIMA DI SETTEMBRE

Nel precedente report era stata richiamata la possibilità che la Federal Reserve potesse non effettuare tagli per l’anno in corso. Come si è visto, la resilienza dell’economia americana continua ad essere forte nonostante il rallentamento dell’attività dei Servizi che sembra essere comunque compensata dal recupero dell’attività Manifatturiera. Quest’ultima, peraltro, sta osservando una dinamica di recupero globale fatta eccezione per l’Europa che soffre l’eccessiva regolamentazione, le difficoltà (finora) della Cina e il repricing al rialzo della fornitura energetica. Se finora si è dibattuto sul fatto che vi fosse un eccessivo entusiasmo per diversi tagli dei tassi da parte delle banche centrali (entusiasmo che si è poi riversato sull’azionario) perché l’equity continua ad essere oggetto d’acquisto tra gli investitori globali ? Una risposta interessante a questo quesito l’ha data JpMorgan che non crede che il mercato azionario richieda dei tagli dei tassi per perpetuare la fase rialzista poiché l’attuale crescita del PIL (americano) superiore al trend si continua a tradurre in utili delle società piu’ forti del previsto. Questo fatto mantiene l’appetito degli investitori per gli asset rischiosi sempre secondo la banca d’affari statunitense. In aggiunta all’interessante spunto di JpMorgan si deve considerare che statisticamente un taglio dei tassi non deve essere poi così tanto atteso. Esaminando i cicli dei tassi della Fed dagli anni’70 ad oggi in realtà è emerso che in media lo S&P500 ha conseguito un rialzo del 5% nell’arco di 100 giorni tra l’ultimo inasprimento monetario e il primo taglio dei tassi. Il ribasso più ampio è stato del 23% nel range di 200 giorni dopo il primo taglio dei tassi.

LE VALUTAZIONI DELL’AZIONARIO

In realtà questo trova spiegazione nel fatto che le valutazioni dell’azionario sono correlate inversamente con la volatilità dei rendimenti obbligazionari poiché una minore volatilità dei tassi significa maggiore liquidità a disposizione da investire altrove a causa di una richiesta minore di collaterali. Il rischio principale è che un evento inatteso possa condurre ad un veloce ribasso dei corsi azionari prevalentemente perché questi sono troppo «affollati» come ha notato il Capo Strategist global equity di JpMorgan Lakos-Bujos (fonte : Bloomberg/JpMorgan). Per «evento inatteso» l’economista della banca USA intende il fatto che molte delle buone notizie sono state già prezzate mentre quelle negative ancora non sono state prese in considerazione dagli investitori e l’eccessivo affollamento sull’azionario americano potrebbe condurre a una discesa violenta e inaspettata. Effettivamente, l’affollamento a cui fa riferimento lo strategist di JpMorgan è ben visibile dalla concentrazione per capitalizzazione tra il top 10% dei maggiori titoli azionari statunitensi. Non solo, come menzionato nei precedenti report, la preferenza del Growth sul Value si pensava fosse vincente perché l’economia statunitense è ancora in fase espansiva con un livello di inflazione tollerabile ma si potrebbe essere arrivati al momento in cui effettuare uno switch tra Value e Growth.

TOP DEL MERCATO AZIONARIO?

Questo vuol dire che si è di fronte al top del mercato azionario? È ancora presto per dirlo poiché seppur vero che molte buone notizie sono state inglobate nei prezzi, è vero anche che la tenuta dell’economia americana spinge gli utili aziendali e di conseguenza i corsi azionari. Quello che potrebbe «andare storto» è che la ripresa economica globale, fatta eccezione per l’Europa, stia spingendo nuovamente a rialzo i prezzi delle Commodities con il Petrolio tornato su livelli di prezzo elevati. L’Oro nero potrebbe incorrere in un deficit come ipotizzato dall’International Energy Agency alla metà del mese di Marzo a causa dei tagli alla produzione voluti dall’Opec+ unitamente a un miglioramento della domanda. Il rimbalzo delle Commodities potrebbe condurre quindi a uno scenario di rallentamento economico, con una crescita nominale del PIL americano al di sotto del 2% ed una inflazione in un range tra il 3% e il 4%. Il movimento dell’Oro degli ultimi tempi, al di là dei rischi geopolitici e dell’appetito delle banche centrali per il metallo prezioso, rafforza questa view come sottolinato da Michael Hartnett, Capo Strategia di Bank of America Global. Per l’economista statunitense l’Oro sta scontando una diminuzione sensibile dei tassi reali poiché questi livelli di prezzo del metallo significano tassi reali a 10 anni del -2%. L’economista sostiene che gli investitori stanno coprendo il rischio che la Fed tagli i tassi mentre l’inflazione è in accelerazione ed anche che la banca centrale possa mettere fine alle misure monetarie utili a finanziare l’enorme deficit federale.

NEI PROSSIMI MESI

Si può concordare che il rischio vero nei prossimi mesi sia quello di una crescita in rallentamento ed un’inflazione che si mantiene a livelli superiori al 3% negli States, implicando quindi uno scenario di stagflazione per l’economia americana. Allo stato attuale si è ancora lontani dall’avverarsi di questo scenario, molto dipenderà dalla scelta che farà la Federal Reserve nella prossima riunione di Giugno e le stime che il FOMC elaborerà per gli investitori. Al momento la maggioranza delle banche d’affari si è allineata alle aspettative dei tassi fornite dalla Fed, prevedendo un primo taglio a Giugno. Difficile ipotizzare, per quanto visto in precedenza, che la Fed tagli i tassi questa estate. È più ipotizzabile che cercherà di spostare le aspettative per un taglio a Settembre. La BCE, invece, potrebbe effettivamente operare un primo taglio già nel prossimo Giugno a causa di un deterioramento marcato dell’economia europea e una crescita dei salari flat che permette all’EuroTower di agire con meno preoccupazioni per una ripesa dell’inflazione. In queste condizioni di mercato e macro, al momento si continua a preferire il Quality Growth al Value mantenendo un focus sulle società a larga capitalizzazione. L’equity ciclico potrebbe performare meglio in forza dell’attuale ripresa economica globale, anche i titoli della Difesa restano interessanti per via delle tensioni geo-politiche e della volontà dei governi delle principali economie di destinare maggiore spesa per la Difesa. In termini geografici, gli Stati Uniti restano i preferiti mentre sull’Europa restano più interessanti i listini dei Paesi periferici ed anche la Cina potrebbe essere un’idea di investimento visto il miglioramento attuale dell’economia e il supporto delle autorità locali alla ripresa. Sull’obbligazionario è sempre preferibile mantenere una duration non superiore ai 2-3 anni, nel caso di quello europeo si potrebbe aumentare scadenza media senza però andare su duration troppo lunghe. Attualmente l’High Yield potrebbe continuare a performare meglio dell’Investment Grade, interessante è anche il segmento bond dei mercati emergenti che offre un rendimento elevato con una buona profilazione di rischio emittente e una duration non troppo lunga. Oro e Argento è probabile che continueranno a salire per via delle forze sottostanti che ne guidano i prezzi, il secondo è preferibile al primo essendo rimasto piu’ indietro nel rialzo dei corsi. Da monitorare anche i prezzi dei beni agricoli che potrebbero anch’essi ripartire con l’aumento dei costi energetici così come l’Uranio ove persiste un deficit di offerta.

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