FOCUS – Le rotte del petrolio rappresentano le arterie vitali del nostro sistema economico, con oltre il 60% del greggio mondiale che solca i mari per collegare i giganti della produzione ai centri di consumo. Tuttavia, questo flusso incessante trova il suo punto di massima vulnerabilità nei “chokepoint”, passaggi obbligati dove la geografia incontra la geopolitica. Lo Stretto di Hormuz, un braccio di mare di soli 30 chilometri che separa l’Iran dall’Oman, è indiscutibilmente il cuore pulsante di questo sistema: qui transita quotidianamente circa un quarto della produzione globale. La sua conformazione “a gomito” e lo schema di separazione del traffico, stabilito per evitare collisioni in acque così ristrette, lo rendono un nodo infrastrutturale tanto cruciale quanto fragile, capace di determinare con la sua sola apertura o chiusura il destino dei prezzi energetici e la stabilità delle borse internazionali.
Il blocco del “collo di bottiglia” più strategico al mondo minaccia di paralizzare i mercati globali e le forniture di greggio verso l’Europa.
L’equilibrio precario si è spezzato drasticamente il 28 febbraio 2026, a seguito dell’attacco condotto da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: il blocco totale dello Stretto e la minaccia di distruggere ogni nave in transito hanno paralizzato l’intera area del Golfo. Questa chiusura forzata ha interrotto non solo il commercio di merci ordinarie, ma soprattutto le forniture essenziali di petrolio e GNL (Gas Naturale Liquido) destinate ai mercati europei, già sotto pressione. Con le petroliere immobili e le rotte commerciali strozzate, il mondo osserva con il fiato sospeso un’escalation che rischia di trasformare una crisi regionale in un collasso energetico globale. La paralisi di Hormuz dimostra, ancora una volta, come la sicurezza energetica dell’Occidente dipenda da una manciata di chilometri di mare ora trasformati in una zona di guerra invalicabile.














