STILE – Il panorama dell’orologeria elvetica sta affrontando una tempesta perfetta, innescata principalmente dall’entrata in vigore dei dazi del 39% imposti dagli Stati Uniti. Dopo un periodo caratterizzato da una corsa agli approvvigionamenti per anticipare le tariffe, fine 2025 ha presentato il conto con una contrazione netta del 16,5% nelle esportazioni globali, scese a 1,63 miliardi di franchi. Il mercato americano, storico pilastro del settore, ha guidato il ribasso con un crollo del 23%, segnale inequivocabile di come il rincaro immediato sui prezzi al dettaglio stia raffreddando la domanda. Nonostante il bilancio dei primi otto mesi del 2025 resti ancora in lieve flessione (-1%), la crisi appare strutturale: il rallentamento della Cina (-35%) e dei principali hub europei riflette un clima di incertezza geopolitica che colpisce trasversalmente ogni segmento, dalla fascia entry-level al lusso estremo di brand come Rolex e Patek Philippe.
Export orologi svizzeri: l’effetto d’urto dei dazi USA
In questo scenario di recessione settoriale, l’Italia emerge come l’unica eccezione positiva tra i top market mondiali, registrando una crescita del 3% ad agosto (72 milioni di franchi). Mentre i grandi colossi asiatici e anglosassoni battono in ritirata, il mercato italiano dimostra una resilienza sorprendente, alimentata da una base solida di collezionisti e da una rete retail d’eccellenza. La risposta delle maison svizzere non si è fatta attendere, oscillando tra la diplomazia economica e la provocazione creativa, come dimostrato dall’edizione speciale di Swatch che ironizza proprio sul “39%” dei dazi. Sebbene i negoziati tra Washington e Berna lascino intravedere possibili spiragli per una riduzione delle tariffe, l’industria si trova oggi a un bivio: reinventare le strategie di pricing e distribuzione o accettare una “nuova normalità” dove l’esclusività del segnatempo svizzero dovrà giustificare costi doganali senza precedenti.













