MERCATI – Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato una tempesta perfetta sui mercati finanziari, portando il prezzo del Brent oltre i 110 dollari al barile in pochi giorni. Gli investitori, in fuga dai titoli tecnologici più esposti alla volatilità , si stanno rifugiando in beni rifugio come l’oro, che ha testato nuovi massimi storici sopra i 5.000 dollari l’oncia, e in titoli energetici “old economy“. Le borse europee e asiatiche pagano il prezzo più alto a causa della dipendenza dalle importazioni di GNL e petrolio: la chiusura delle rotte commerciali non solo gonfia i costi di trasporto, costringendo i cargo a doppiare il Capo di Buona Speranza, ma minaccia di alimentare una nuova ondata di stagflation che potrebbe costringere la BCE e la Fed a rivedere i piani di taglio dei tassi previsti per la seconda metà dell’anno.
Guerra in Iran: lo shock energetico che scuote i mercati mondiali nel 2026
Il costo reale di questo conflitto per l’economia globale è stimato in una riduzione del PIL mondiale tra lo 0,4% e l’1% su base annua, a seconda della durata delle ostilità . Oltre alle spese militari dirette, il mondo sta pagando una “tassa invisibile” attraverso l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti e dei generi alimentari, con il mais e la soia che registrano rincari a doppia cifra. Per le famiglie e le imprese, ciò si traduce in un aumento immediato delle bollette energetiche e dei costi logistici, erodendo il potere d’acquisto proprio mentre l’inflazione sembrava sotto controllo. Se la crisi dovesse protrarsi oltre il secondo trimestre del 2026, gli analisti avvertono che il conto globale potrebbe superare i 2.000 miliardi di dollari, segnando la fine definitiva dell’era dell’energia a basso costo.














