STILE – I social network, nati per accorciare le distanze e nutrire le comunità, hanno subito una mutazione genetica irreversibile. Se un tempo Facebook e MySpace erano piazze virtuali dove coltivare legami reali, oggi ci troviamo immersi in veri e propri “media algoritmici”. La priorità delle piattaforme non è più favorire il dialogo tra amici o familiari, ma massimizzare il tempo di permanenza per scopi pubblicitari. Per gli adolescenti, i principali fruitori di questi spazi, l’esperienza si è trasformata: non si tratta più di partecipare a una conversazione, ma di consumare passivamente un flusso infinito di contenuti scelti da un software. La promessa originaria di connettere le persone sembra essere stata sacrificata sull’altare del profitto e dell’attenzione costante.
Dall’era della connessione al dominio dei media algoritmici
Il cuore del problema risiede nel passaggio dai feed cronologici a quelli predittivi. Un tempo vedevamo ciò che i nostri contatti decidevano di condividere; oggi, il contenuto è dominato da account sconosciuti e video virali selezionati da sistemi automatici. Piattaforme come TikTok e Instagram hanno ridefinito le relazioni digitali, trasformandole in interazioni unidirezionali dove l’algoritmo agisce come un guardiano invisibile. Anche i contesti professionali non sono immuni: il tentativo costante di “espandere la rete” maschera spesso una saturazione di contenuti irrilevanti. In questo scenario, il termine “social” appare quasi anacronistico, poiché la connessione umana è diventata solo un pretesto per alimentare la macchina dei dati.














