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Il patrimonio svizzero e l’Unesco, preservazione e conservazione

UNESCO E UN PATRIMONIO MEMORABILE, EREDITÀ DI TUTTI

Come di consueto da otto anni a questa parte, i beni del Patrimonio mondiale dell’UNESCO in Svizzera hanno aperto le loro porte per delle giornate ad essi dedicate. L’evento, promosso da World Heritage Experience, ha fornito un ottimo assist per tornare a parlare di un patrimonio naturale e storico che oggi è relativamente al sicuro, ma che per continuare ad essere protetto necessiterà di essere conosciuto anche in futuro. A chinarsi sull’argomento è stata la giornalista Laura Dick, che per l’occasione ha intervistato Lorenzo Cantoni, responsabile della UNESCO chair in ICT to develop and promote sustainable tourism in World Heritage Sites. Il primo tema messo sul tavolo, nell’ambito dell’intervista, è stato la curiosa ma diffusa tendenza da parte degli svizzeri a conoscere meglio il patrimonio esterno, piuttosto che quello nazionale. A confermarlo, di recente, è stato pure un sondaggio. “Questo capita abbastanza spesso nell’ambito del turismo – ha spiegato Cantoni -. A volte ci riesce più semplice conoscere i posti lontani. In Svizzera interna il Monte San Giorgio o le faggete ticinesi sono tendenzialmente meno conosciute rispetto alla Fortezza di Bellinzona. Non significa tuttavia che vi sia disinteresse”.

I BENI

L’obiettivo dei beni UNESCO, ad ogni buon conto, non è attirare più visitatori, bensì fornire un’esperienza memorabile. Anche attraverso nuovi strumenti. L’USI, in collaborazione con l’associazione World Heritage Experience, si è chinata sul tema. “Stiamo discutendo con loro, esplorando ad esempio la via della cosiddetta ‘gamification’. Ovvero proporre il patrimonio svizzero attraverso modalità ludiche simili a quelle dei giochi elettronici, affinché le persone vi si possano accostare in un modo diverso. Che aumenti le possibilità di ricordare quello che si è visitato, perché è nostro diritto ereditarlo”. Il fatto che sempre più beni ricevano il label UNESCO, conclude infine il professore dell’USI, non ne diminuisce – di riflesso – il valore. “La Convenzione sul patrimonio mondiale naturale e culturale del 1972 ha avuto uno sviluppo molto ampio. In origine essa non aveva nessun obiettivo di natura turistica, bensì di preservazione e conservazione. O, eventualmente, di comunicazione del patrimonio. Strada facendo, in parallelo con lo sviluppo del turismo di massa, questo label ha significato anche portare all’attenzione dei viaggiatori dei luoghi che magari erano meno conosciuti. Quindi no, non mi sembra che oggi vi sia un rischio concreto di averne troppi. È vero tuttavia che essi stanno aumentando, e che le logiche dietro le iscrizioni stanno un po’ cambiando, con l’intento di contarne di più in aree che in passato ne avevano avute di meno, o addirittura nessuna”.

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