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Mercati: il mondo delle tariffe e dei dazi

LONDRA I mercati oggi: il mondo delle tariffe e dei dazi. L’analisi di Saverio Berlinzani di ActivTrades. Con l’elezione di Trump, molti economisti e esperti di politica internazionale hanno cominciato a chiedersi come sarà il mondo dopo l’ultima guerra commerciale che Trump sembrerebbe voler scatenare. Vi sono due correnti di pensiero che si stanno scontrando sulle conseguenze globali di dazi e tariffe. Un primo gruppo prefigura due scenari. Il primo, più ottimistico, considera un peggioramento delle reciproche relazioni economiche tra paesi e una profonda recessione economica. Il secondo ipotizza addirittura uno scenario bellico. Questa corrente di pensiero ritiene che una volta che i paesi entrano in guerre commerciali, non possono facilmente tirarsi indietro senza perdere la faccia. Il protezionismo che ne deriva porterebbe quindi a un rallentamento economico generalizzato, stagflazione e disoccupazione, da cui una corsa agli armamenti con conseguenze che tutti possiamo immaginare. Un’altra corrente di pensiero ritiene invece che minacciare tariffe per poi ridimensionarle o rinviarle, come è accaduto finora, faccia parte di una strategia ben definita. L’obiettivo principale sarebbe quello di raggiungere accordi per aggiustare squilibri economici evidenti tra diverse aree. Secondo questo tipo di analisi, Trump utilizzerebbe “l’arte dell’accordo“, minacciando tariffe e annessioni, per raggiungere obiettivi non propriamente bellicosi, ma allo scopo di ridimensionare l’espansione economica e silenziosa della Cina, avvenuta con il benestare degli occidentali negli ultimi 25 anni, oltre alla necessità di riportare la produzione negli Stati Uniti. Non sta a noi giudicare quale sia la corrente di pensiero più affine alla realtà. Ognuno è libero di pensarla come meglio crede, ma occorre avere consapevolezza dei diversi scenari in gioco, anche i più improbabili, per comprendere le possibili reazioni dei mercati finanziari, che potrebbero diventare estremamente erratici.

Trump nuovamente protagonista

Dopo un inizio positivo, venerdì scorso i listini USA hanno chiuso in rosso, in seguito alle dichiarazioni del Presidente USA, che avrebbe dichiarato di voler emettere tariffe reciproche fin da subito, senza specificare a chi fossero indirizzate. Il mercato ha reagito rapidamente, con l’S&P 500 e il Nasdaq che hanno perso rispettivamente lo 0,95% e l’1,3%, mentre il Dow Jones è sceso di 443 punti, ovvero dell’1%. Ad aumentare l’avversione al rischio tra gli investitori, anche il dato sulla fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan, che ha rivelato che le aspettative di inflazione a un anno sono salite al 4,3%, il livello più alto da novembre 2023. Ciò costringe la Fed a mantenere un approccio hawkish sui tassi. Nel frattempo, il rapporto sull’occupazione di gennaio ha evidenziato un aumento di 143.000 posti di lavoro, leggermente al di sotto delle aspettative, ma va detto che il tasso di disoccupazione è sceso al 4,0%. Nel corso della settimana appena conclusa, l’S&P 500 e il Nasdaq hanno guadagnato ciascuno l’1,5%, mentre il Dow Jones è salito dello 0,8%.

Valute, EurUsd rompe i supporti

EurUsd ha violato i primi supporti chiave, posizionati a 1.0350, sull’onda delle dichiarazioni di Trump rilasciate venerdì sera, e ha toccato un minimo a 1.0304 prima di correggere e chiudere a 1.0330. A questo punto, stanti così le cose, ovvero considerando un Trump ancora aggressivo sui dazi, il dollaro potrebbe insistere nella sua inesorabile corsa al rialzo, andando a cercare gli obiettivi di medio e lungo termine posti a 1.0240, 1.0170 e parità. Il mercato appare dollaro-centrico, ad eccezione del UsdJpy, in una fase che potremmo ricondurre a un ciclo di risk off che potrebbe incrementare la tensione tra gli investitori. E così Gbp, Aud, Cad e Nzd potrebbero perdere quota ancora contro il biglietto verde, mentre sullo Jpy, Chf e Cad emerge una forza relativa legata a situazioni specifiche, ovvero possibili rotture di UsdCad dei supporti chiave a 1.4270, così come per UsdJpy che dopo aver rotto il supporto di 153.70, sembra orientato a 148.60. Per quel che riguarda il UsdChf siamo all’interno di un box compreso tra 0.890 e 0.9200.

Mercato del lavoro USA

L’economia statunitense ha aggiunto 143.000 posti di lavoro a gennaio 2025, ben al di sotto del dato precedente, peraltro rivisto al rialzo di 307.000 a dicembre e delle previsioni di 170.000. Gli aumenti di posti di lavoro si sono verificati nell’assistenza sanitaria, nel commercio al dettaglio e nell’assistenza sociale. Il Dipartimento del Lavoro (BLS) ha affermato che gli incendi boschivi a Los Angeles e il rigido clima invernale in altre parti del paese non hanno avuto “alcun effetto evidente” sull’occupazione. Nel frattempo, il BLS ha pubblicato i dati del 2024, nel quale l’occupazione dipendente è aumentata di 1,99 milioni, con una media di 166.000 posti di lavoro al mese, inferiore ai 2,2 milioni e all’aumento medio mensile di 186.000 inizialmente segnalato. A fronte di ciò, si deve ricordare però che i guadagni orari medi per tutti i dipendenti delle buste paga private non agricole sono aumentati dello 0,5% in un mese, a 35,87 dollari a gennaio 2025, il massimo da agosto 2024, al di sopra delle stime di mercato di un aumento dello 0,3%. Negli ultimi 12 mesi, i guadagni orari medi sono aumentati del 4,1%, sopra le attese e a dimostrazione della resilienza del mercato del lavoro statunitense.

USA, fiducia dei consumatori

Il sentiment dei consumatori dell’Università del Michigan per gli Stati Uniti è sceso a 67,8 a febbraio 2025 dal 71,1 di gennaio e al di sotto delle previsioni di 71,1. Si tratta del dato peggiore da luglio 2024, con le varie componenti in calo. Inoltre, le aspettative di inflazione per l’anno a venire sono salite al 4,3%, il dato più alto dal novembre 2023. Molti consumatori sembrano preoccupati dell’inflazione, che secondo le stime rimarrà elevata, specie se verranno confermate le tariffe, che sono ovviamente inflattive. Inoltre, anche le aspettative di inflazione a lungo termine sono salite al 3,3%, il livello più alto da giugno 2008.

Canada, mercato del lavoro

Il tasso di disoccupazione in Canada è sceso al 6,6% a gennaio 2025 dal 6,7% del mese precedente, il dato più basso degli ultimi tre mesi, e in calo rispetto alle aspettative del mercato che lo avrebbero visto salire al 6,8%. Il risultato ha alleviato le preoccupazioni di un mercato del lavoro in flessione segnalato dalla Banca del Canada, suggerendo che il mercato del lavoro canadese è più solido del previsto. Il numero di disoccupati è rimasto pressoché invariato rispetto al mese precedente, attestandosi a 1.500.000. Nel frattempo, nel periodo sono stati aggiunti 76.000 posti di lavoro netti per un totale di 20.993.000, ben al di sopra del consenso di un aumento di 25.000. UsdCad in ripiegamento, sui supporti chiave di medio termine di 1.4260-70 area, la cui violazione aprirebbe la strada a livelli decisamente inferiori, posti almeno a 1.3950.

Dati chiave della settimana

La prossima settimana negli Stati Uniti, gli investitori si concentreranno sui dati relativi all’inflazione da prezzi al consumo e soprattutto sulla testimonianza del presidente della Fed Powell davanti al Congresso. Ma, sempre nella ottava entrante, attenzione ai PPI USA, alle vendite al dettaglio e produzione industriale, mentre sul fronte trimestrali, attenzione ai rapporti sugli utili di McDonald’s, Vertex Pharmaceuticals, Coca-Cola, S&P Global, Cisco Systems, Applied Materials e Deere & Co. Per quel che riguarda i dati macro all’estero, occhio ai CPI e PPI cinesi. Infine, non dimentichiamo il PIL inglese e quello dell’area euro.
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