MERCATI – Mercati: sfida allo status quo. Il commento di Fabrizio Quirighetti di DECALIA. A volte nel mercato o nella vita possono esserci sorprese, inversioni di tendenza inaspettate e persino qualche impensabile capovolgimento che sconvolge l’ordine costituito. Un esempio calzante è quanto è successo in Giappone negli ultimi mesi, con i rendimenti dei titoli di stato giapponesi che sono saliti di pari passo con le aspettative di inflazione e la successiva normalizzazione prevista dei tassi della BoJ. Per una volta, da quando ho iniziato la mia attività professionale più di 20 anni fa, c’è una reale possibilità che la spirale deflazionistica viziosa vissuta dal Giappone in seguito allo scoppio della bolla immobiliare all’inizio degli anni ’90 stia finalmente giungendo al termine. Non solo l’inflazione al consumo si sta consolidando secondo l’ultimo sondaggio, ma anche i recenti dati economici sono stati incoraggianti, con il PIL del quarto trimestre che ha superato ampiamente le aspettative.
La normalizzazione dei tassi giapponesi
Nello stesso periodo, i tassi dei titoli di stato cinesi a lungo termine hanno registrato un calo continuo e inosservato. Si dimentichi la crescita del PIL del 10% o più all’inizio del secolo… La Cina ora sta crescendo a malapena del 5%, grazie al continuo sostegno governativo, mentre sta flirtando con la deflazione! Di conseguenza, i rendimenti delle obbligazioni cinesi a 10 anni sono ora prossimi a diventare i più bassi tra i principali mercati sovrani all’interno del Global Aggregate Bond Index. Chi l’avrebbe mai pensato? Un’altra conseguenza inosservata della normalizzazione dei tassi giapponesi è che le banche giapponesi, non proprio il segmento più pubblicizzato, discusso o alla moda dei mercati azionari, hanno sovraperformato negli ultimi 3 anni non solo l’MSCI world ma anche l’indice statunitense Nasdaq tech-heavy… con un margine eccezionale! Si noti inoltre che le banche europee, un altro settore poco considerato e poco amato, hanno fatto molto bene durante lo stesso periodo: hanno nettamente sovraperformato gli indici generali europei. La normalizzazione dei tassi in Europa, unita a più di un decennio di ristrutturazioni, sembra dare i suoi frutti.
Eccezionalismo degli Stati Uniti
Un altro tema consensuale è stato di recente messo in discussione. L’ormai troppo famoso e quindi certamente troppo facilmente accettato eccezionalismo degli Stati Uniti. Poiché nei mercati finanziari tutto è relativo, ad oggi ci sono alcuni segnali che indicano che:
- gli USA forse non sono così grandi come si pensava. I consumatori americani stanno mostrando segnali di stanchezza secondo l’ultimo sondaggio sulle vendite al dettaglio e sulla fiducia, il Mag 7 è in calo nell’ultimo anno, potrebbero riemergere preoccupazioni per l’inflazione o la sostenibilità del debito
- il resto del mondo forse non se la sta cavando così male come pensavamo: i dati sull’attività economica in Giappone sono rimbalzati e la BoJ è ancora nella fase iniziale del suo ciclo di rialzi; la Cina sta riacquistando un po’ di colore, dato che la prospettiva sembra essere cambiata grazie a Deepseek – almeno in termini di sentimento -; mentre i recenti sviluppi riguardanti l’Europa sembrano anch’essi andare nella giusta direzione (il cessate il fuoco in Ucraina, l’aumento della spesa per la difesa che porta a una maggiore integrazione fiscale e di bilancio, o una possibile riforma del freno al debito tedesco in futuro).
In altre parole, l’eccezionalismo degli Stati Uniti è attualmente messo in discussione da un’Europa che si sta svegliando, da un Giappone che sta normalizzando i tassi di interesse e da una Cina che forse sta tornando ad essere un paese in cui investire. Tutte le buone notizie per il resto del mondo si stanno unendo, capovolgendo il sentiment e togliendo un po’ del pessimismo in eccesso e del premio di rischio negativo associato da questi mercati. Finora, uno dei principali beneficiari di questo eccezionalismo degli Stati Uniti è stato il biglietto verde, a causa della mancanza di alternative sia nel mondo sviluppato (minore crescita economica, crescita degli utili e tassi di interesse altrove) sia nel mondo emergente (instabilità politica, scarso rispetto dei diritti di proprietà e dimensioni di mercato limitate). Se ora immaginiamo che il resto del mondo riacquisti una certa attrattiva per gli investitori, allora gli Stati Uniti e i loro asset potrebbero diventare un po’ meno eccezionali.
E il dollaro?
Di sicuro, la strada è ancora lunga prima che speranze e sogni diventino realtà, ma se queste tendenze dovessero continuare, ovvero meno favorevoli per gli USA e più favorevoli per il resto del mondo, il dollaro USA tenderà probabilmente a muoversi più in basso (cioè a deprezzarsi) rispetto alle principali valute. Uno sviluppo solitamente favorevole per i mercati finanziari in generale, e in particolare per gli asset rischiosi al di fuori degli USA. Nello sport, come nei mercati finanziari, la cosa più difficile non è arrivare al primo posto, ma rimanerci. Basta chiedere a un tifoso del Napoli!




