FOCUS – L’Iran è nuovamente travolto da un’ondata di imponenti proteste anti-governative, esplose il 28 dicembre scorso tra i commercianti del Grande Bazar di Teheran e diffuse rapidamente in oltre 220 località. A incendiare la piazza è un mix esplosivo di carovita e repressione politica: con un’inflazione che supera il 40% e il crollo verticale del riyāl, beni di prima necessità come pane e latte sono diventati inaccessibili per gran parte della popolazione. Sebbene le radici del malcontento affondino nel drammatico deterioramento economico causato dalle sanzioni internazionali e dalla corruzione, il grido dei manifestanti richiama lo spirito della rivolta “Donna, Vita, Libertà” del 2022. Nonostante il presidente Pezeshkian abbia ufficialmente ordinato alle forze dell’ordine di non attaccare i civili, il bilancio attuale è tragico: si contano almeno 45 vittime, tra cui 8 minori, oltre 2.200 arresti e il sistematico oscuramento di internet e delle linee telefoniche per impedire il coordinamento delle rivolte.
Iran, i tanti volti della crisi
La crisi attuale sta assumendo i tratti di una sfida sistemica senza precedenti alla Repubblica Islamica, coinvolgendo settori strategici come i poli energetici di Pars e gli snodi commerciali di Bandar Abbas. A differenza del passato, la mobilitazione vede una convergenza inedita tra la classe lavoratrice, i partiti curdi e i movimenti studenteschi, con episodi di resistenza diretta che hanno portato alla temporanea perdita di controllo di alcune aree urbane da parte delle autorità. Sullo sfondo pesano le fortissime tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti e il rischio di un’escalation militare con Israele, fattori che aggravano l’isolamento di Teheran. Con oltre i due terzi della popolazione sotto la soglia di povertà e razionamenti elettrici diffusi, la protesta non accenna a placarsi, alimentata da un sondaggio che vede l’81% degli iraniani desiderare un cambiamento radicale di regime a quasi cinquant’anni dalla Rivoluzione del 1979.














