SVIZZERA – La Svizzera si conferma uno dei cinque hub globali più rilevanti per il mercato dell’arte, una posizione di prestigio che la rende però estremamente vulnerabile al transito di beni culturali rubati. Nonostante il rafforzamento normativo degli ultimi vent’anni, il Paese resta un punto di snodo cruciale per il commercio illegale. Secondo i dati recenti dell’Ufficio Federale della Cultura (UFC), negli ultimi cinque anni le autorità elvetiche hanno sequestrato ben 652 reperti. Nei depositi di Berna sono attualmente custoditi circa 900 oggetti, spesso provenienti da aree flagellate da conflitti o crisi umanitarie, dove il saccheggio di siti archeologici e musei è diventato una pratica sistematica. Come evidenziato dall’UFC, la domanda del mercato resta altissima poiché questi beni garantiscono profitti enormi, venendo talvolta utilizzati per finanziare attività di gruppi estremisti o per attuare una deliberata cancellazione dell’identità culturale dei popoli.
Traffico illecito di opere d’arte
L’industria del traffico d’arte si avvale oggi di reti criminali altamente professionalizzate che operano con strategie a lungo termine per eludere i controlli internazionali. Il meccanismo di “pulizia” dei reperti è sofisticato: tra il furto iniziale e la comparsa sul mercato legale possono trascorrere decenni. Durante questo lasso di tempo, gli oggetti circolano in mercati secondari per acquisire un finto pedigree, traendo in inganno collezionisti ignari della provenienza illecita. Un caso emblematico è quello di una stele siriana di 3.000 anni, legata al re assiro Adad-Nerari III, recuperata di recente dopo essere stata saccheggiata oltre 25 anni fa. Gli esperti sottolineano come la Svizzera sia ancora testimone di questi flussi di beni “ripuliti”, provenienti spesso da Egitto, Iraq e Yemen. La sfida per le autorità penali resta dunque quella di intercettare pezzi storici il cui valore economico è superato solo dall’inestimabile importanza documentale che rischiano di perdere per sempre.














