EUROPA – A tre decenni dalla firma degli Accordi di Dayton, la Bosnia-Erzegovina (BiH) celebra un traguardo storico di pace, restando tuttavia intrappolata in una struttura istituzionale complessa e frammentata. Sebbene il conflitto sia lontano, il Paese manifesta i tratti di uno Stato incompiuto, dove la sovranità interna è costantemente messa alla prova dalla mancata definizione della proprietà demaniale. Questo vuoto normativo non è solo un dettaglio burocratico, ma un ostacolo strategico che impedisce il pieno esercizio dell’autorità statale su risorse e infrastrutture, alimentando tensioni tra le entità della Federazione e la Republika Srpska.
Le sfide della statualità in Bosnia-Erzegovina
L’incertezza sulla titolarità dei beni pubblici blocca oggi investimenti per oltre 15 miliardi di euro, frenando progetti cruciali come il gasdotto Southern Interconnection. Nonostante il rinnovato impegno degli Stati Uniti e dell’UE per stabilizzare la regione e ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, i veti incrociati dei leader locali continuano a subordinare lo sviluppo a logiche etniche. La risoluzione della questione demaniale rimane dunque il requisito essenziale per superare la supervisione internazionale dell’OHR e garantire alla Bosnia-Erzegovina un futuro di reale integrazione europea e stabilità sovrana.














