MONDO – L’inizio del 2026 è segnato da un terremoto geopolitico senza precedenti: sabato 3 gennaio, un’operazione militare statunitense denominata “Absolute Resolve” ha colpito il cuore del Venezuela. Ordinata dal presidente Donald Trump senza il preventivo passaggio al Congresso, l’azione ha portato al bombardamento di obiettivi strategici a Caracas e alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, immediatamente trasferiti negli Stati Uniti per affrontare accuse di narcoterrorismo. Mentre Trump rivendica la legittimità dell’intervento come un atto di “giustizia internazionale”, la comunità globale si spacca. Se da un lato la Russia, la Cina e il Brasile condannano duramente quella che definiscono un’aggressione illegale e un sequestro di persona, dall’altro l’Europa mantiene una posizione cauta. Il premier spagnolo Sanchez ha parlato di violazione del diritto internazionale, mentre la presidente italiana Giorgia Meloni, pur sostenendo le aspirazioni democratiche del popolo venezuelano, ha espresso riserve sull’uso della forza esterna. L’incertezza regna sovrana in un Paese ora in stato di emergenza, dove la cattura del leader lascia un vuoto di potere pericoloso e un futuro politico ancora tutto da scrivere.
Crisi in Venezuela
Al di là della retorica sulla democrazia e la lotta al traffico di droga, il vero fulcro della crisi rimane il controllo delle risorse energetiche. Il Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi del mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, una ricchezza che supera persino quella dell’Arabia Saudita. Tuttavia, anni di sanzioni, mancanza di investimenti e infrastrutture fatiscenti hanno ridotto la produzione a una frazione del suo potenziale. Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni, dichiarando apertamente che gli Stati Uniti intendono “gestire” il petrolio venezuelano attraverso le proprie multinazionali per “ricostruire” l’economia del Paese. Questo approccio conferma il sospetto di molti analisti: l’attacco mira a reinserire il Venezuela nell’orbita d’influenza di Washington, garantendo alle raffinerie della Gulf Coast l’accesso diretto al greggio pesante venezuelano, fondamentale per il sistema energetico americano. In un contesto di tensioni globali, la partita per il Venezuela non è solo una questione di regimi politici, ma una brutale guerra per l’egemonia energetica nel “giardino di casa” degli Stati Uniti, con conseguenze che potrebbero ridisegnare gli equilibri dell’OPEC+ e dei mercati mondiali per i prossimi decenni.














