MERCATI – Il decimo giorno di ostilità in Medio Oriente ieri ha innescato una violenta ondata di vendite sui futures azionari statunitensi, con cali superiori all’1% per Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq. A destabilizzare ulteriormente il quadro geopolitico è la nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema dell’Iran, un segnale di continuità per la linea dura di Teheran che ha spinto il petrolio vicino ai 120 dollari al barile. Nonostante i tentativi di mitigazione del G7 e dell’AIE attraverso il rilascio delle riserve strategiche, il mercato teme che la chiusura dello Stretto di Hormuz possa paralizzare l’offerta globale. Questa fiammata energetica ha riacceso i timori di un’inflazione fuori controllo, portando l’indice di volatilità VIX ai massimi da aprile 2025 (34,62 punti) e spingendo gli investitori verso il dollaro, a discapito persino dei beni rifugio tradizionali come l’oro e l’argento.
Fed al bivio: tra rischio recessione e correzione tecnica
L’instabilità energetica complica drasticamente la strategia della Federal Reserve, costretta a bilanciare un mercato del lavoro in indebolimento con una pressione sui prezzi al consumo sempre più forte. Le aspettative di un taglio dei tassi a giugno sono svanite, con i trader che ora scommettono su uno slittamento verso l’autunno, mentre il rendimento del Treasury a due anni segnala nuove tensioni. Il comparto dei trasporti e del turismo, guidato dai crolli di United Airlines e Carnival, risulta il più colpito insieme ai colossi bancari come JPMorgan. In questo scenario di “risk-off”, il Russell 2000 è ufficialmente entrato in fase di correzione, perdendo il 10% dai massimi storici. Con l’attesa dei dati sul PIL e sulla spesa per i consumi (PCE) prevista per questa settimana, il rischio di una recessione globale non è più solo un’ipotesi accademica, ma una variabile concreta che pesa sulle scelte di allocazione dei capitali.














