SION- A seguito del tragico evento della notte di Capodanno a Crans Montana, si è aperto il dibattito sulla custodia cautelare in Svizzera. Il carcere non è la regola, la decisione di rimettere in libertà un indagato durante un’inchiesta, anche per fatti estremamente gravi, non equivale a un’assoluzione né a una minimizzazione delle responsabilità. È una scelta tecnica, coerente con un sistema che considera la detenzione preventiva un’eccezione e non la regola. Nel diritto svizzero, il carcere prima del processo serve solo a uno scopo preciso: proteggere l’istruzione del procedimento. Il giudice non giudica il fatto, ma valuta se esiste oggi un rischio concreto di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione. Quando questi rischi possono essere contenuti con strumenti alternativi – come una cauzione elevata, il divieto di lasciare il Paese, l’obbligo di presentarsi regolarmente alla polizia o il ritiro dei documenti – la legge impone di preferire queste misure al carcere.
LA CUSTODIA CAUTELARE
È un passaggio che spesso genera incomprensione fuori dalla Svizzera. In Italia, pur in presenza di principi simili sulla carta, la custodia cautelare in carcere tende ad avere un peso più strutturale, soprattutto nei procedimenti ad alta rilevanza mediatica. La gravità del reato e la pena potenziale continuano a influenzare in modo significativo la scelta della misura, e la sostituzione con alternative è meno automatica nella prassi.Il risultato è uno scarto di percezione: ciò che in Svizzera rappresenta l’applicazione rigorosa del principio di proporzionalità, altrove viene letto come un segnale di debolezza o di indulgenza. In realtà, il cuore del modello svizzero è un altro: la libertà personale resta la regola, e il carcere prima della sentenza è giustificato solo finché è strettamente necessario. Quando lo scopo tecnico è raggiunto con altri mezzi, la detenzione perde la sua base giuridica, anche se l’indagine prosegue.












