MERCATI – L’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente proietta un’ombra di incertezza sull’economia globale, ma la Svizzera risponde con dinamiche peculiari che sfidano le logiche inflattive tradizionali. Se da un lato l’instabilità geopolitica spinge al rialzo i prezzi del greggio, dall’altro la fuga degli investitori verso il Franco Svizzero, inteso come bene rifugio, genera un apprezzamento della valuta che funge da scudo naturale contro l’inflazione importata. Ci troviamo di fronte a effetti contraddittori: mentre il pieno di benzina costa di più alle famiglie svizzere, la forza del franco riduce il costo dei beni esteri, creando una pressione deflazionistica che complica le strategie della Banca Nazionale Svizzera (BNS). La sfida per Berna non è solo gestire l’energia, ma bilanciare una politica monetaria che deve proteggere il potere d’acquisto senza affossare la competitività internazionale.
Export e catene di approvvigionamento: chi vince e chi perde nel 2026
Nonostante la Svizzera vanti un’industria ad alto valore aggiunto e meno energivora rispetto ai vicini europei, un conflitto prolungato con l’Iran rischia di inceppare le catene di approvvigionamento globali. Il settore dell’export, pilastro del PIL elvetico, si trova stretto tra l’incudine di rotte commerciali più lunghe e costose e il martello di un franco troppo forte che rende i prodotti di nicchia meno appetibili all’estero. Mentre i comparti legati alla difesa e alla sicurezza potrebbero registrare paradossali incrementi di ordini, le aziende manifatturiere e il settore del lusso devono fare i conti con mercati azionari volatili e un clima di fiducia globale in contrazione. Il rischio maggiore rimane una recessione mondiale innescata dall’incertezza energetica, uno scenario che colpirebbe la Svizzera non tanto per mancanza di risorse, quanto per il rallentamento della domanda nei suoi principali mercati di sbocco.














