MONDO – L’economia dell’Iran oggi è il risultato di un circolo vizioso tra isolamento internazionale e politiche interne. Dalla rivoluzione del 1979, il Paese è diventato un laboratorio di resistenza economica sotto il peso di restrizioni imposte da USA, ONU e UE. Nel 2026, la situazione è critica: il fallimento dell’accordo sul nucleare del 2015 e il ritorno alla “massima pressione” nel 2018 hanno spinto l’Iran in una stagflazione strutturale. Con l’escalation militare del 2025, la fiducia dei mercati è svanita, portando il rial a toccare minimi storici oltre il milione per dollaro. Questo isolamento ha trasformato lo Stato, favorendo canali informali e rendite parassitarie che premiano chi controlla il contrabbando, a discapito della trasparenza.
L’impatto sociale delle sanzioni e la resilienza di Teheran
Sebbene le sanzioni mirino a cambiare il comportamento del regime, il loro peso ricade drammaticamente sulla popolazione. La classe media sta scomparendo, schiacciata da prezzi alle stelle e dalla carenza di beni essenziali come i farmaci. Tuttavia, l’Iran ha risposto con una geoeconomia della sopravvivenza: triangolazioni commerciali e una dottrina militare asimmetrica basata su droni e missili. Questo adattamento ha reso il sistema di potere più rigido e meno propenso al compromesso, trasformando ogni sanzione in un motivo di chiusura ideologica. Il paradosso è evidente: la pressione economica ha impoverito i cittadini, ma non ha causato il collasso del regime, creando invece un Paese più isolato, resiliente e profondamente ostile.












