STILE – Milano non è sempre stata la “capitale della moda” italiana; il suo primato è il risultato di un significativo cambiamento strutturale avvenuto principalmente negli anni Settanta. Prima di questo decennio, la moda italiana era dispersa tra diverse città, ognuna specializzata in un artigianato specifico: Firenze eccelleva nella pelletteria, Napoli nella sartoria e Biella nei filati. Le esposizioni e le sfilate si tenevano principalmente a Firenze (dove nel 1951 Giovan Battista Giorgini aveva organizzato la prima “First Italian High Fashion Show”) e a Roma, punto di riferimento per l’alta sartoria frequentato dalle star di Hollywood. Tuttavia, con l’emergere del prêt-à-porter (il “pronto da indossare”) come nuovo modello produttivo, gli stilisti come Walter Albini iniziarono ad avere una crescente necessità di appoggiarsi a fabbriche e industrie efficienti per la produzione su larga scala.
La trasformazione di Milano
Milano, in quanto città italiana più industrializzata e sede di molte aziende tessili e manifatturiere, si rivelò la scelta più logica per questo nuovo orientamento della moda. Già dalla fine degli anni Cinquanta, la città aveva visto la fondazione della Camera sindacale della moda (poi Camera Nazionale della Moda Italiana) e l’arrivo di Vogue Italia nel 1962, gettando le basi istituzionali e mediatiche. Lo spostamento cruciale avvenne quando Walter Albini decise di trasferire la sua sfilata da Firenze a Milano all’inizio degli anni Settanta. Albini, pioniere del prêt-à-porter e delle collezioni complete, si avvaleva di aziende produttive situate prevalentemente in Lombardia. Questo trasferimento segnò l’inizio dell’ascesa di Milano, che, sfruttando la sua superiorità logistica e industriale, divenne rapidamente l’epicentro per stilisti di fama mondiale come Giorgio Armani, Gianni Versace e Krizia, consolidando il suo status come una delle “big four” globali della moda, insieme a New York, Londra e Parigi.




