MONDO – La Repubblica Democratica del Congo ha deciso di trasformare il proprio sottosuolo in una potente leva di sovranità, consegnando agli Stati Uniti una lista selezionata di progetti minerari strategici. Non si tratta di una semplice apertura al mercato, ma di una scelta politica deliberata per intercettare l’urgenza di Washington di ridurre la dipendenza dalle filiere dominate dalla Cina. Manganese, rame, cobalto e litio diventano così pedine di un negoziato geoeconomico volto a riequilibrare un settore in cui Pechino ha accumulato un vantaggio competitivo ventennale. Offrendo un accesso preferenziale agli investitori americani, Kinshasa punta a ridefinire le catene di approvvigionamento globali, elevando i minerali critici allo status di asset strategico fondamentale, paragonabile a ciò che il petrolio ha rappresentato nel secolo scorso per la dottrina di potenza occidentale.
Il sottosuolo congolese tra urgenza americana e sfida all’egemonia cinese
Tuttavia, questa diplomazia mineraria deve scontrarsi con la complessa realtà militare dell’Est del Paese, dove l’instabilità territoriale e il conflitto con il gruppo M23 restano fattori strutturali. Gli investimenti statunitensi non possono prescindere dalla protezione delle infrastrutture e dalla stabilizzazione di un’area in cui la sicurezza è precaria. Per il governo congolese, il riavvicinamento agli USA sotto la spinta della visione muscolare della nuova amministrazione Trump rappresenta un tentativo di diversificare le proprie alleanze asimmetriche, cercando di sottrarsi a una dipendenza esclusiva. Il rischio rimane quello di restare intrappolati in una nuova contesa tra grandi potenze, dove la ricchezza del sottosuolo continua a oscillare tra l’essere una risorsa ambita per la transizione energetica mondiale e una vulnerabilità permanente per la sovranità nazionale.












