ECONOMIA – La Cina di Xi Jinping si arrende alle logiche del capitale per mettere in sicurezza un sistema creditizio scosso dalla crisi immobiliare. Con una mossa senza precedenti, il governo starebbe valutando di cancellare i rigidi tetti azionari introdotti dieci anni fa, che impedivano ai privati di detenere quote rilevanti negli istituti commerciali. Finora, per garantire il controllo statale e prevenire abusi dopo i crac di colossi come Anbang, nessun investitore poteva pesare davvero nelle stanze dei bottoni. Oggi, però, la necessità di iniettare liquidità fresca in un settore da 70 trilioni di dollari spinge l’autorità di vigilanza a riaprire le porte ai grandi azionisti, pronti a intervenire laddove la mano pubblica ha fallito.
Pechino allenta i vincoli sulle partecipazioni delle banche: i privati potranno scalare gli istituti per salvare i bilanci in crisi
La nuova strategia della National Financial Regulatory Administration punta a selezionare investitori di peso capaci di risanare gli asset deteriorati dalla recessione. Se in passato la parola d’ordine era frammentare l’azionariato per neutralizzare l’influenza dei privati, ora si punta su figure forti che, previa autorizzazione, potranno assumere il controllo di uno o più istituti. È un netto dietrofront rispetto alla stretta del decennio scorso: il Partito arretra, concedendo autonomia decisionale a chi possiede le risorse per arginare l’emorragia finanziaria. In questo nuovo equilibrio, il dogma socialista cede il passo al pragmatismo economico, trasformando i privati nell’ultima ancora di salvezza per la stabilità del Dragone.




