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Il World Economic Forum oltre le vette: potrebbe abbandonare Davos

DAVOS – Il World Economic Forum (WEF), nato nel 1971 per intuizione di Klaus Schwab, si è evoluto da un ristretto circolo di manager europei a un ecosistema globale capace di influenzare l’agenda politica ed economica del pianeta. Con entrate che superano i 500 milioni di euro e partnership strategiche che costano oltre 600mila dollari, il Forum di Davos non è più solo una conferenza, ma una piattaforma di “stakeholder capitalism” che riunisce Capi di Stato, leader religiosi e i CEO delle Big Tech (come Nvidia e Microsoft). Sebbene sia celebre per aver favorito storici riavvicinamenti diplomatici — dalla stretta di mano tra Mandela e de Klerk agli accordi di pace per il Medio Oriente — l’organizzazione affronta oggi una crisi di identità. Accusato di essere un club elitario e disconnesso dalla realtà, con l’ombra dell’ipocrisia climatica data dall’abuso di jet privati, il WEF cerca ora di ridefinire il proprio ruolo in un mondo segnato da tensioni geopolitiche frammentate e sfide tecnologiche senza precedenti.

Addio a Davos? Perché il summit valuta Detroit, Giacarta e Buenos Aires

Dopo 55 anni di storia tra le nevi dei Grigioni, il legame tra il Forum e la cittadina svizzera vacilla sotto il peso di costi insostenibili e una reputazione di eccessivo isolamento. La Svizzera investe circa 9 milioni di franchi ogni anno solo per la sicurezza, impiegando migliaia di militari per proteggere un evento che sembra sempre più distante dalle dinamiche dei mercati emergenti. La spinta al cambiamento arriva dai vertici stessi, con Larry Fink (BlackRock) che propone di spostare il baricentro del summit verso città come Detroit, Dublino, Giacarta o Buenos Aires. L’obiettivo è trasformare il Forum in un evento itinerante o stabilmente radicato nei centri dove il “mondo moderno si costruisce davvero“. Abbandonare le Alpi non sarebbe solo una scelta logistica o economica, ma un segnale politico forte: il tentativo di abbattere le mura di cristallo di Davos per ascoltare le istanze di un’economia globale che non parla più soltanto la lingua delle vecchie élite occidentali.

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