LUGANO – Geopolitica e asset allocation, è l’ora delle decorrelazioni: il punto di Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Asset Management. Se il 2025 si era chiuso con il botto, ad oggi non si può certo dire che l’inizio del sia stato noioso. Proviamo allora a riassumere quanto accaduto nelle prime due settimane dell’anno. Infatti, al centro c’è sempre lui, Donald Trump. Si comincia con l’operazione militare dell’esercito statunitense che, nella notte del 3 gennaio, porta alla cattura del presidente Maduro e al conseguente passaggio del Venezuela sotto il controllo diretto degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo arriva un altro annuncio dirompente: vengono impartite istruzioni ai colossi dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, affinché acquistino 200 miliardi di dollari in obbligazioni ipotecarie. Il mondo dell’informazione stava ancora cercando di interpretare questa mossa di politica monetaria indiretta quando viene scosso da un’ulteriore notizia: l’apertura di un’indagine sul maxi progetto di ristrutturazione della sede della Federal Reserve di Washington, giudicato eccessivamente oneroso dal presidente Trump. Una vicenda che pone le basi per un’escalation senza precedenti nei rapporti tra la Casa Bianca e la Federal Reserve. E come se tutto questo ancora non bastasse, Trump lancia l’ennesima bomba: vuole prendersi la Groenlandia, con le buone o con le cattive.
La reazione dei mercati
E i mercati dei capitali come hanno reagito di fronte a questa raffica di notizie? Come spesso accade, non si sono lasciati spaventare. Anzi, hanno brindato: l’equity sale insieme ai metalli preziosi e agli industriali, in particolare l’argento (che è sia prezioso che industriale), ormai vicino al traguardo, quasi impensabile solo pochi mesi fa, dei 100 dollari l’oncia. A dire il vero, dopo l’ultima sortita sulla Groenlandia, i mercati stanno mostrando un po’ di nervosismo, soprattutto in Europa. Dopotutto si parla di uno Stato membro della NATO, e le implicazioni questa volta sarebbero oggettivamente imprevedibili. Ovviamente, molti operatori sperano che si tratti una volta ancora dell’ennesima spacconata di Big Donald e che, come già accaduto in passato, i toni finiscano per ammorbidirsi (TACO trade).
Ma quanto potere ha davvero il Presidente USA?
Di fronte a questi comportamenti, ho voluto capire meglio come funzioni il sistema di controllo del potere negli Stati Uniti, da duecentocinquanta anni ritenuti a torto o a ragione la migliore democrazia del mondo, e quali siano realmente le deleghe operative del Presidente, ad esempio in campo militare. Può davvero ordinare l’invasione della Groenlandia? Partiamo da un punto fermo: la Corte Suprema controlla la legalità delle azioni del Presidente e può dichiarare incostituzionali sia le leggi da lui firmate sia gli ordini esecutivi. Non a caso, oggi, 20 gennaio dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei dazi. Se però parliamo di operazioni di guerra, la realtà è questa: Trump (come qualunque presidente USA) non può decidere da solo di invadere un Paese NATO. L’idea che possa farlo nasce da un equivoco su quanto potere abbia davvero il Presidente in politica estera e militare. Il Presidente è sì Comandante in Capo delle forze armate e può ordinare azioni militari limitate e immediate, reagire a minacce urgenti, utilizzare l’esercito per un periodo limitato senza autorizzazione del Congresso. Questo potere, che deriva dal War Powers Act del 1973, è però temporaneo. Per dichiarare una guerra vera e propria o per un’invasione prolungata è necessario tuttavia l’approvazione del Congresso tanto che, dopo circa 60 giorni, in assenza di autorizzazione, il Presidente è costretto a ritirare le proprie truppe. Oltre a questo, il Congresso controlla i fondi imprescindibili e senza i quali nessun esercito può essere messo in campo. In altre parole, Trump non può invadere da solo e a lungo un Paese NATO.
Prevarrà la logica?
Benché, concludendo, non sappia se davvero tutto questo possa rassicurarci fino in fondo, speriamo che alla fine prevalga la logica. Anche perché, a quel punto, sarebbe difficile spiegare per quale motivo i cinesi non dovrebbero invadere Taiwan. Parlare di asset allocation in un contesto simile diventa quindi estremamente complesso. Il consiglio è di non essere né pessimisti né eccessivamente ottimisti, e di tenere sempre a mente le regole fondamentali della vera diversificazione, che non vuol dire avere tanti titoli in portafoglio, ma cercare la decorrelazione tra di essi.













