FOCUS – L’espressione “Sette Sorelle“ definisce il cartello di compagnie che, fino agli anni ’70, ha esercitato un oligopolio quasi assoluto sull’oro nero. Il gruppo originario comprendeva le statunitensi Exxon, Mobil, Texaco, Socal e Gulf Oil, insieme all’anglo-olandese Royal Dutch Shell e alla britannica British Petroleum. Queste multinazionali non solo controllavano l’estrazione e la raffinazione, ma influenzavano pesantemente gli equilibri geopolitici globali. Tuttavia, il panorama è mutato drasticamente tra la fine del XX secolo e l’inizio del nuovo millennio attraverso colossali operazioni finanziarie. La nascita della Chevron Corporation nel 1984, la fusione ExxonMobil nel 1999 e l’integrazione della Texaco nel 2001 hanno ridisegnato i vertici del settore energetico.
Dalle nazionalizzazioni alla sfida della transizione
Nonostante il consolidamento societario, il peso delle Sette Sorelle come produttori diretti ha subito una costante erosione. Il punto di svolta è coinciso con la perdita delle storiche concessioni in Medio Oriente, innescata dalle nazionalizzazioni delle industrie petrolifere promosse dai governi locali. Questo processo ha trasferito la sovranità delle risorse naturali dalle multinazionali alle compagnie statali (come l’Aramco), riducendo il margine di manovra dei giganti occidentali. Oggi, queste realtà devono confrontarsi con un mercato frammentato e con la necessità di diversificare il business verso le fonti rinnovabili, segnando la fine definitiva di quell’epoca in cui sette sigle potevano decidere, da sole, il prezzo e il destino dell’energia mondiale.

















