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Il limite di Trump alle carte di credito: chi vince e chi perde davvero?

ECONOMIA – Il limite di Trump alle carte di credito: chi vince e chi perde davvero? A cura di Alessio Garzone di Gamma capital Markets. Venerdì 9 gennaio, a mercati chiusi, Donald Trump ha pubblicato un post su Truth Social in cui ha dichiarato di voler inserire un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito, valido per un anno. Nessun decreto firmato, nessun testo di legge. Solo un messaggio politico, ma sufficiente a creare panico, soprattutto nel settore delle società che emettono carte di credito. Per chi non ha seguito il flusso di notizie passo dopo passo, è importante ricordare che questa proposta non è oggi operativa. Per diventare realtà servirebbe un passaggio legislativo al Congresso, oppure un’interpretazione molto aggressiva dei poteri esecutivi, che molti giuristi ritengono difficilmente sostenibile. Detto questo, c’è un elemento che il mercato conosce bene e che non va ignorato. Trump ha spesso utilizzato una strategia negoziale simile in passato: sparare alto all’inizio, occupare lo spazio mediatico, e poi rientrare gradualmente. Lo abbiamo visto sui dazi, dove annunci massimali sono stati seguiti da compromessi, rinvii o misure molto più leggere. In alcuni casi, l’obiettivo finale non era nemmeno la misura annunciata, ma il segnale politico o il leverage negoziale che quell’annuncio creava.

Potrei sbagliarmi, ma anche qui il 10% potrebbe non essere il punto di arrivo, bensì il punto di partenza. È possibile che il risultato finale — se mai arriverà — sia un intervento più limitato, una pressione informale sul settore, oppure nulla di concreto sul fronte dei tassi, ma qualcosa d’altro su commissioni, pratiche commerciali o protezione dei consumatori. Come spesso accade, lo capiremo solo tra qualche settimana, quando la polvere mediatica inizierà a depositarsi.

La reazione delle banche

Detto questo, il mercato non ha aspettato chiarimenti. Il settore delle carte di credito e le grandi banche — che controllano la maggior parte del credito revolving negli Stati Uniti — hanno reagito come se il rischio regolatorio fosse improvvisamente già legge. È giusto, funziona così nei mercati finanziari, semplicemente perché l’idea stessa di un price cap è entrata nel dibattito politico. E quando succede, gli investitori iniziano a farsi domande.

  • La prima è semplice: che cosa succede a un sistema costruito su tassi medi del 22–23% se qualcuno prova, anche solo per un anno, a dimezzarli per legge?
  • La seconda è: se il prezzo del credito viene bloccato, il credito continua a essere disponibile per tutti?

In effetti, se ci pensate bene, un tetto ai tassi non agisce solo sul costo del debito, ma anche sulla sua offerta. Storicamente, quando il prezzo non può più riflettere il rischio, gli intermediari reagiscono riducendo le quantità: meno carte, limiti più bassi, criteri più rigidi. È un meccanismo noto, e funziona un po’ come quando la Fed alza i tassi di interesse. Una sorta di stretta monetaria. In teoria, le banche potrebbero scegliere azioni volontarie: congelare ulteriori aumenti dei tassi, ridurre gli TAEG (APR, d’ora in avanti, per utilizzare il termine tecnico giusto) su alcune fasce di clientela, oppure offrire più flessibilità ai clienti in difficoltà (rateizzazioni, pause nei pagamenti, aggiustamenti temporanei dei tassi). Non sarebbe la prima volta. Ma sarebbe una scelta discrezionale, non un obbligo. E chi ne farebbe le spese? La solita fascia di popolazione.

La reazione di Wall Street

Il mercato non si è fatto attendere, trattando l’annuncio non come “meno interessi per i consumatori”, ma come rischio regolatorio + possibile stretta del credito. I più colpiti sono quelli dove il modello dipende davvero dal credito revolving: Capital One (COF) è la gamba rotta del gruppo (-9,48%), poi Affirm (AFRM -6,91%) e American Express (AXP -6,51%). Le reti Visa (V -6,85%) e Mastercard (MA -6,08%), scendono quasi quanto AXP anche se non guadagnano dagli interessi. In effetti qui si prezza soprattutto il “secondo ordine”, cioè meno linee di credito significa meno volumi di spesa. Le grandi banche diversificate (qui Citi -3,56% e US Bancorp -2,67%) reggono meglio, non perché siano immuni, ma perché hanno più leve per assorbire il colpo. Il 10%, anche se non passa, ha ormai insinuato nella mente degli investitori il perimetro politico e quando succede, i multipli scendono prima e le spiegazioni arrivano dopo. La reazione è stata quasi istintiva perché tutti sanno come funziona un cap sui prezzi: se imponi un tetto senza toccare perdite su credito, funding cost e costi operativi, la risposta più naturale non è regalare credito, anzi, perfettamente il contrario, ovvero razionarlo. Ed è esattamente ciò che, a parole, stanno già preparando le associazioni bancarie e i manager (tipo JPM).

Perché oggi le carte costano il 22–23%

Lo insegnano nei primi anni di università, ma forse è meglio spiegarlo comunque, per essere tutti allineati con un concetto che a volte sembra una ingiustizia ma in realtà dietro racconta molto di più. Forse bisognerebbe dirlo anche a Trump, o a uno dei suoi consiglieri, magari si rifanno i conti carta e penna e vedranno che non è fattibile oggi una scelta politica del genere. I tassi sulle carte di credito non sono al 22–23% per caso, né sono esplosi all’improvviso per qualche abuso isolato. Il grafico seguente lo mostra in modo molto chiaro: per oltre dieci anni, dal post-crisi finanziaria fino al 2019, l’APR (sempre il TAEG, per noi italiani) medio sulle carte è rimasto stabilmente tra il 13% e il 16%. Poi qualcosa cambia. Dal 2021 in avanti la curva si impenna, fino a superare il 22% nel 2024–2025.

Questa salita è la somma di più fattori che si muovono tutti nella stessa direzione. Dentro l’APR di una carta ci sono almeno quattro pezzi, e nessuno di questi è opzionale.

  • Il primo è il costo di finanziamento. Le banche non prestano denaro gratis. Con i Fed Funds ben sopra il pre-Covid e il costo della raccolta wholesale ancora elevato, il “pavimento” del tasso è salito in modo strutturale. Anche se domani la Fed tagliasse, non torneremmo automaticamente al mondo del 2016.
  • Il secondo sono le perdite su credito. Le carte sono credito non garantito. Quando il ciclo gira, i default aumentano, soprattutto nelle fasce subprime e near-prime. Quel rischio va prezzato ex-ante, non quando il danno è già fatto. Ed è esattamente ciò che è successo negli ultimi due anni.
  • Il terzo sono i costi operativi: tecnologia, antifrode, compliance, servicing. Tutte voci che crescono con la complessità del sistema e che non scendono perché qualcuno lo decide politicamente.
  • Il quarto sono ricompense e programmi fedeltà. Cashback, punti, miglia. Non sono un regalo. Sono finanziati, in larga parte, dagli interessi pagati da chi ruota il saldo mese su mese.

Messi insieme, questi fattori spiegano perché l’APR medio sia salito anche mentre altri prodotti di credito si sono stabilizzati. I might be wrong, but il punto chiave è che il mercato delle carte è un equilibrio delicato tra prezzo, rischio e accesso.

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