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Indipendenza delle banche centrali: cedere o resistere?

GINEVRA Indipendenza delle banche centrali: cedere o resistere? A cura di Alfredo Piacentini, Amministratore delegato e managing partner DECALIA. Il braccio di ferro che si protrae da diversi mesi, sotto i riflettori dei media, tra il Presidente degli Stati Uniti e la sua controparte della Federal Reserve, va ben oltre la traiettoria a breve termine dei tassi di interesse statunitensi. Mette in discussione il ruolo stesso di una banca centrale e l’importanza della sua indipendenza dal potere politico. Ovunque si trovino, le banche centrali condividono una missione fondamentale: sono garanti della stabilità dei prezzi e quindi della salvaguardia del valore della moneta. Il livello “accettabile” di inflazione, tuttavia, può variare: ad esempio il 2% per la Federal Reserve o la Banca Centrale Europea, ma il 2-3% per la loro controparte australiana. In alcuni casi, il controllo dell’inflazione può comportare anche la gestione dei tassi di cambio. Per le economie altamente aperte, se la valuta rimane stabile rispetto al dollaro statunitense o a un paniere di valute, come negli ultimi anni con la Banca Popolare Cinese, anche gli indici dei prezzi dovrebbero rimanere stabili. Allo stesso modo, la Banca Nazionale Svizzera, che monitora attentamente l’andamento del franco, adotta una visione analoga: le oscillazioni eccessive del tasso di cambio hanno conseguenze importanti sull’inflazione, da qui la necessità di interventi occasionali per influenzare il franco e, in ultima analisi, preservare la stabilità dei prezzi.

Indipendenza delle banche centrali: cedere o resistere?

Tra le banche centrali, la Fed si distingue non solo per il predominio dell’economia statunitense e del dollaro, di cui funge da “guardiano”, ma anche perché il suo mandato è duplice. La legge di riforma del 1977, approvata sulla scia di una dolorosa stagflazione, le impone di garantire la stabilità dei prezzi e al contempo promuovere la massima occupazione. Questi due obiettivi sono spesso contraddittori: una politica monetaria restrittiva per contenere l’inflazione tende a rallentare l’attività economica e la creazione di posti di lavoro, mentre un mercato del lavoro molto rigido rischia di innescare una spirale salari-prezzi. Per essere precisi, il mandato della Fed, come stabilito nel Federal Reserve Act, è in realtà triplice. Oltre alla stabilità dei prezzi e alla piena occupazione, deve anche promuovere tassi di interesse moderati a lungo termine. A lungo trascurato, o considerato come una conseguenza naturale degli altri due obiettivi, questo aspetto è stato recentemente sottolineato dal nuovo governatore della Fed, Stephen Miran.

Una banca centrale deve operare in modo indipendente

Per adempiere a tali missioni, o a molteplici missioni nel caso della Fed, è essenziale che una banca centrale operi in modo indipendente. Esistono vari indici per misurare questa indipendenza, basati sulla legislazione, sulla governance, sulla trasparenza o sui flussi finanziari. Uno studio del febbraio 2024 del Professor Davide Romelli (Trinity College di Dublino), che copre 155 paesi dal 1923 al 2023, mostra progressi notevoli, con ondate di riforme soprattutto negli anni ’90 e dopo la crisi finanziaria del 2008. All’inizio della loro istituzione, le banche centrali avevano spesso ruoli completamente diversi, ovvero finanziare i governi, in particolare le spese belliche. Un altro studio, pubblicato dalla Banca Mondiale nel luglio 2023, che analizza i paesi in via di sviluppo nel periodo 1972-2023, ha dimostrato un chiaro legame tra l’indipendenza delle banche centrali e i costi di indebitamento sovrani, e quindi la loro capacità di raccogliere fondi sui mercati pubblici.

L’indipendenza della Fed è stata compromessa?

Come non preoccuparsi, allora, dei ripetuti attacchi sferrati negli ultimi mesi da Donald Trump contro il Presidente della Fed? Tra questi, non solo le sue frequenti e veementi critiche sui social media, ma anche il suo desiderio di riformare il comitato politico per includere più sostenitori di rapidi e drastici tagli dei tassi, come il già citato Stephen Miran. Tutto questo, ovviamente, senza poter licenziare Jerome Powell, nominato dallo stesso Trump e il cui mandato scade a maggio 2026. In questo contesto, l’annuncio del 17 settembre di un taglio di 25 punti base del tasso sui fondi federali è stato interpretato da alcuni come una concessione forzata da parte di Powell, soprattutto perché i tassi a lungo termine hanno reagito nella direzione opposta, segno del persistere dei timori di inflazione nei mercati obbligazionari. Tuttavia, concludere che l’indipendenza della Fed sia stata compromessa sembra prematuro. Questo taglio dei tassi era stato preannunciato dalle dichiarazioni di Powell a Jackson Hole a fine agosto, è ben giustificato dalla recente debolezza dei dati sul mercato del lavoro statunitense e non è sufficiente a modificare il processo decisionale delle imprese. In altre parole, la credibilità e l’indipendenza della Fed sembrano intatte. Solo uno scenario di ripetuti e aggressivi tagli dei tassi in ​​un contesto di evidenti pressioni inflazionistiche, che non prevediamo, metterebbe realmente in discussione tale indipendenza. Nel frattempo, la resilienza di Powell nel destreggiarsi nel suo difficile ruolo merita riconoscimento. Più in generale, le banche centrali devono essere sostenute nella loro missione di preservare la stabilità finanziaria. Contrariamente a quanto asseriscono alcuni sostenitori delle criptovalute, non manipolano valute o mercati a proprio vantaggio o a vantaggio dei governi. Al contrario, agiscono da salvaguardia, proteggendo le popolazioni da programmi politici sbagliati. Intervengono anche in caso di shock importanti, fornendo liquidità per garantire una trasmissione monetaria regolare. E grazie a loro, la volatilità dei risparmi è contenuta nel tempo, cosa che né l’oro, né il Bitcoin, sono stati in grado di garantire.

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