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Economia: tra tie-break monetari e nodi geopolitici

ECONOMIA – Tra tie-break monetari e nodi geopolitici. A cura di Fabrizio Quirighetti di DECALIA. Nelle prossime settimane non mancheranno certo gli appuntamenti sportivi: l’ATP Gonet Geneva Open, seguito dal Roland-Garros, le finali NBA, la finale di Champions League e i Mondiali di calcio FIFA ormai alle porte. Questi grandi eventi sportivi coincideranno con una serie di sviluppi altrettanto importanti dal punto di vista geopolitico (tra cui, in cima alle discussioni, la potenziale riapertura, o meno, dello Stretto di Hormuz), insieme a dati macroeconomici cruciali su crescita e inflazione. Il tutto culminerà a metà giugno con il vertice del G7 a Evian e una serie di riunioni delle banche centrali, tra cui spicca la prima apparizione di Warsh come nuovo presidente della Fed. In effetti, la BCE si riunirà l’11 giugno, seguita dalla Banca del Giappone il 16 giugno, dalla Fed il 17 giugno e sia dalla Banca d’Inghilterra che dalla Banca Nazionale Svizzera il 18 giugno. Ed è molto probabile che almeno tre di queste (ovvero la BCE, la Banca del Giappone e la Banca d’Inghilterra) possano attuare un aumento dei tassi di interesse di +25 punti base, soprattutto se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere parzialmente bloccato fino a quella data. Ricordiamo che, anche una volta ripreso il traffico marittimo, ci vorrebbero comunque circa due settimane per ripristinare i normali flussi di trasporto e altre quattro-sei settimane perché le merci raggiungano le raffinerie e si immettano nella catena di approvvigionamento globale.

Dati macroeconomici resilienti

Questo avviene in un momento in cui i dati macroeconomici continuano a dimostrarsi sorprendentemente resilienti. L’attività manifatturiera globale rimane sostenuta da forti tendenze strutturali (investimenti in conto capitale legati all’intelligenza artificiale, spesa per infrastrutture energetiche e investimenti nella difesa), tutte amplificate dal sostegno fiscale e dai programmi di spesa pubblica. Nel frattempo, i consumatori statunitensi continuano a beneficiare di un tasso di disoccupazione notevolmente basso (4,3% ad aprile, unitamente a una certa creazione netta di posti di lavoro), oltre che di misure di sgravio fiscale e sussidi mirati legati all’OBBBA. Di conseguenza, il modello GDPNow della Fed di Atlanta prevede una crescita del PIL reale statunitense del +4,0% per questo trimestre, sulla scia dei dati recentemente pubblicati sulle vendite al dettaglio e sulla produzione industriale negli Stati Uniti, risultati superiori alle attese. In questo contesto, è probabile che l’inflazione complessiva continui a salire, con i prossimi dati sull’inflazione previsti poco prima delle riunioni delle banche centrali. Anche le misure dell’inflazione core hanno recentemente mostrato una tendenza al rialzo. Negli Stati Uniti, in particolare, il ritmo annualizzato su 3 mesi di diversi indicatori di inflazione “supercore” (ovvero escludendo le componenti più volatili dell’energia e dei generi alimentari) è tornato decisamente al di sopra della soglia simbolica del 2% , rafforzando l’idea che le pressioni inflazionistiche di fondo rimangano persistenti.

L’imminente cambio di leadership alla Fed

In questo contesto, l’imminente cambio di leadership alla Fed potrebbe rivelarsi particolarmente impegnativo per Kevin Warsh. Proprio come un atleta di alto livello che si prepara per una finale o una competizione importante, dovrà dedicare le prossime settimane a costruire con cura credibilità e consenso interno. In particolare, avrà il difficile compito di allineare il Comitato sulla dichiarazione di politica monetaria, soprattutto dopo che l’ultima riunione ha rivelato tre voti contrari a favore di una posizione più neutrale rispetto all’orientamento accomodante prevalente. Dovrà poi affrontare quella che si preannuncia come una conferenza stampa e una sessione di domande e risposte particolarmente accese, rese ancora più delicate dalla pubblicazione delle proiezioni economiche aggiornate e dal tanto atteso “dot plot”.

I mercati

Mentre le banche centrali si preparano a tornare in campo il mese prossimo, i mercati stanno finalmente iniziando a valutare come potrebbero cambiare le dinamiche del contesto macroeconomico. Per mesi, gli investitori hanno prezzato un rally piuttosto confortevole, trainato essenzialmente dal boom dell’intelligenza artificiale e dai benefici per i semiconduttori e altri settori dell’hardware, ma anche – e soprattutto – da una crescita resiliente, da una possibile disinflazione e dalla prospettiva di una politica monetaria più accomodante. Ora, però, la partita potrebbe entrare in una fase molto più concreta e tattica. Difatti, mentre la crescita rimane sorprendentemente solida, l’inflazione si rifiuta di rimanere entro i limiti. Le tensioni sul fronte dell’offerta legate allo Stretto di Hormuz, i cicli di investimenti strutturalmente forti e la persistente tensione sul mercato del lavoro continuano a esercitare pressione sui prezzi, spingendo così nuovamente al rialzo i rendimenti. In altre parole, il rally azionario potrebbe non essere finito, ma il margine di “errori non forzati” delle banche centrali si sta assottigliando sempre di più, mentre la forza di gravità dei tassi di interesse sta creando un tetto massimo.

È proprio qui che entra in gioco l’imminente transizione della Fed. Proprio come un giocatore che si ritrova improvvisamente a dover gestire le aspettative del Centre Court a metà di un Grande Slam, Kevin Warsh potrebbe trovarsi sotto pressione immediata per dimostrare coerenza e autorevolezza. I mercati analizzeranno attentamente ogni frase della dichiarazione, ogni sfumatura del dot plot e ogni risposta durante la conferenza stampa. Un colpo maldestro, un errore di comunicazione, e la volatilità potrebbe riprendere rapidamente il sopravvento. E a differenza del tennis, le banche centrali non consentono di rivedere le decisioni una volta persa la credibilità. Quindi sì: preparatevi a qualche rialzo, qualche colpo e qualche rimonta… ma attenzione agli autogol e alle rivolte. Perché in questa fase avanzata del ciclo, la politica monetaria non è più un regolare rally di base. Sta diventando un tie-break giocato in condizioni sempre più difficili, con i mercati che oscillano tra un posizionamento aggressivo e un’improvvisa avversione al rischio.

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