GINEVRA – La Svizzera sta affrontando una crisi demografica senza precedenti: nel 2024 il tasso di natalità è crollato al minimo storico di 1,29 figli per donna, una cifra ben lontana dalla soglia di ricambio generazionale. Questo fenomeno non è un’eccezione elvetica, ma un trend che accomuna tutti i Paesi sviluppati. Un dato particolarmente significativo emerge dal confronto internazionale: nemmeno i modelli di welfare più generosi, come quelli dei Paesi nordici, riescono a invertire la tendenza. Ciò suggerisce che l’espansione dei sussidi statali e delle misure di sostegno alle famiglie, pur essendo utile sul piano sociale, non rappresenta la soluzione definitiva per contrastare il calo delle nascite. La contrazione della popolazione non è più un’ipotesi teorica, ma una realtà con cui l’economia dovrà fare i conti nel brevissimo periodo.
Mercato del lavoro e divari cantonali: la sfida della sostituzione generazionale
Le conseguenze di questo “vuoto” demografico si riflettono direttamente sul mercato del lavoro. Dal 2020, la Svizzera ha ufficialmente varcato una soglia critica: il numero di persone che vanno in pensione supera quello dei giovani che entrano nel mondo professionale. Con l’uscita della generazione dei baby boomer, la popolazione attiva nazionale è destinata a ridursi progressivamente. Tuttavia, l’impatto non sarà uniforme sul territorio. Se cantoni come Zurigo, Argovia e Lucerna mostrano una maggiore tenuta, la situazione appare drammatica nel Canton Grigioni, dove si stima una contrazione della forza lavoro superiore al 13% entro il 2036. Anche il Ticino e Basilea Città si trovano in una zona di forte criticità. In assenza di una produttività drasticamente superiore o di nuovi modelli migratori, molte aziende locali faticheranno a trovare personale, innescando una competizione interna tra cantoni che rischia di impoverire ulteriormente le aree periferiche.














