MONDO – Nonostante il perdurare del conflitto iniziato nell’ottobre 2023, Israele ha trasformato le proprie risorse offshore in una direttrice strategica fondamentale per la resilienza nazionale. Al febbraio 2026, la decisione di espandere il giacimento Leviathan e la formalizzazione di nuove licenze esplorative con colossi come BP e l’azera Socar dimostrano che l’energia non è solo un asset economico, ma un pilastro della postura diplomatica dello Stato. Questi investimenti, che includono il coinvolgimento dell’italiana Eni, fungono da stabilizzatore interno per i conti pubblici e da segnale di affidabilità verso i mercati internazionali. La strategia è chiara: mantenere l’apparato energetico operativo per garantire la fiducia degli investitori e proiettare un’immagine di continuità operativa. Non si tratta di semplice propaganda bellica, bensì della costruzione di un’infrastruttura di deterrenza. La presenza di player stranieri nei blocchi esplorativi alza infatti il costo politico di una eventuale destabilizzazione dell’area, trasformando ogni piattaforma in uno scudo geo-economico che vincola attori terzi alla stabilità del bacino levantino.
Gli investimenti energetici nel Mediterraneo come pilastro della strategia di sicurezza nazionale
Sul piano della politica estera, il gas israeliano è diventato un potente moltiplicatore di influenza regionale, come dimostrato dal maxi accordo di fornitura verso l’Egitto valutato 35 miliardi di dollari. Questo legame trasforma la risorsa in “ossigeno economico” per Il Cairo e in leva diplomatica per Gerusalemme, integrando le economie dei vicini in una rete di mutua dipendenza che attraversa anche la Giordania e guarda all’Europa come mercato finale. Tuttavia, questa centralità rende le infrastrutture obiettivi sensibili: in guerra, un impianto offshore è contemporaneamente un traguardo economico e un bersaglio strategico. Il rischio strutturale è ormai parte integrante dei piani industriali, richiedendo investimenti massicci in intelligence e difesa militare per proteggere le trivellazioni. Per l’Italia e per l’Eni, la partecipazione a questa partita rappresenta un’opportunità di proiezione mediterranea, ma comporta anche un delicato equilibrio reputazionale in un contesto dove ogni metro cubo di gas estratto è un atto politico. Se la produzione reggerà, Israele avrà consolidato la sua autonomia; in caso contrario, la strategia della resilienza energetica si trasformerà in un fattore di estrema vulnerabilità.













