MONDO – Comprendere le origini della crisi tra Russia e Occidente richiede un’analisi che superi la cronaca recente del 2022 o del 2014. Il punto di svolta risale al 26 dicembre 1991, con lo scioglimento dell’URSS. Spesso si narra di uno scontro tra democrazie e autocrazie, ma la realpolitik smentisce questa tesi: l’Occidente mantiene solide alleanze con regimi autoritari se strategici. La vera questione risiede nell’evoluzione della NATO, trasformatasi da alleanza difensiva a soggetto d’intervento globale (come in Jugoslavia nel 1999), e nella gestione del diritto internazionale, violato sistematicamente da entrambe le parti in Kosovo, Iraq e Libia per fini di egemonia nazionale.
Dalla caduta dell’URSS a oggi: i fatti che spiegano lo scontro geopolitico in Russia
Un ruolo cruciale è giocato dalla Dottrina Monroe, che gli USA applicano per impedire interferenze straniere nel proprio emisfero, ma che negano alla Russia nel suo “estero vicino”. Le tappe verso l’escalation includono il disatteso impegno verbale del 1990 sulla non espansione NATO a est e le rivoluzioni colorate in Georgia (2003) e Ucraina (2004-2014), percepite da Mosca come operazioni di ingegneria politica americana. Il fallimento degli accordi di Minsk, intesi – per ammisione di Merkel e Hollande – solo a guadagnare tempo per armare Kiev, ha infine condotto al tragico epilogo del 2022. La storia dimostra che la sicurezza europea non può prescindere da un equilibrio di interessi che, negli ultimi trent’anni, è stato costantemente disatteso.












