MONDO – La scomparsa di Ali Khamenei non apre solo un vuoto politico a Teheran, ma solleva il velo su una successione finanziaria dai numeri vertiginosi. Al centro del mistero c’è il Setad, il conglomerato nato per gestire i beni confiscati dopo il 1979 e trasformatosi in una holding onnivora presente in ogni settore strategico, dall’energia alle telecomunicazioni. Con un valore stimato che oggi potrebbe superare i 200 miliardi di dollari, questo impero non è mai stato soggetto a controlli parlamentari, operando come un feudo personale del Leader Supremo. Mentre l’economia iraniana veniva soffocata dalle sanzioni e dall’inflazione, questa “cassaforte ideologica” ha continuato ad accumulare ricchezze immobiliari e partecipazioni societarie, rendendo la sua eredità una polveriera pronta a esplodere tra le fazioni del regime.
Tra holding opache e conti esteri, la successione finanziaria del leader supremo scuote l’Iran
Parallelamente al controllo statale-religioso, emerge l’ombra dei patrimoni accumulati dai sei figli di Khamenei. Sebbene ufficialmente distanti dalla gestione diretta del Setad, rapporti d’intelligence e inchieste internazionali descrivono una rete capillare di interessi che si estende ben oltre i confini iraniani. Conti cifrati, investimenti immobiliari di lusso e partecipazioni in società di facciata all’estero avrebbero garantito ai discendenti una stabilità finanziaria stellare, in netto contrasto con la retorica di austerità predicata dal padre. La lotta per il controllo di questo tesoro non è solo una questione di famiglia, ma un nodo cruciale per il futuro delle Guardie della Rivoluzione, che vedono nella gestione di questi asset la garanzia per la propria sopravvivenza economica e politica nel dopo-Khamenei.














