PARIGI – L’ultima sfilata di Louis Vuitton al Cour Carrée del Louvre segna un punto di rottura con il concetto tradizionale di esplorazione: per Nicolas Ghesquière il viaggio non è più uno spostamento geografico, ma un’evoluzione biologica e tattile. In una scenografia curata da Jeremy Hindle che fonde colline del Giura e astrazione futurista, la collezione emerge come una risposta istintiva al clima. Gli abiti non sono semplici accessori, ma corazze adattive plasmate da vento e pioggia: silhouette dai volumi espansi, cappe che evocano ali arcaiche e capispalla “armati” di aculei protettivi. È il trionfo di una moda primordiale e tecnologica allo stesso tempo, dove il corpo viene schermato e celebrato attraverso un collage di tessuti che mappano una nuova topografia umana, superando la storia del brand per proiettarlo in un’era di resistenza e libertà assoluta.
L’artigianato dell’impossibile: tra texture vegane e icone nomadi
Il cuore pulsante della sfilata risiede nella “sublimazione” della materia, dove l’ingegno umano sfida la natura attraverso una sperimentazione artigianale estrema. Ghesquière esplora l’impossibile: pelli lavorate per sembrare legno vivo, stampe 3D minerali e velli vegani dall’estetica selvaggia che ridefiniscono il lusso sostenibile. Ogni dettaglio è un richiamo al nomadismo d’élite, dalle borse nate per l’esplorazione alla storica Noé del 1932, che torna alle sue radici cromatiche per adattarsi al presente. Tra i gioielli che citano il surrealismo di Man Ray e un front row stellare con icone come Zendaya, Lisa e Felix degli Stray Kids, Louis Vuitton non ha solo presentato una collezione, ma ha codificato un nuovo linguaggio visivo dove la flora e la fauna diventano architetture da indossare.














