GINEVRA – Mercati: fin qui tutto bene. A cura di Fabrizio Quirighetti, CIO e Head of Multi-Asset di DECALIA. Il ritardo nella pubblicazione dei dati economici statunitensi al termine dello shutdown del governo di fatto non ha spostato l’ago della bilancia. In realtà, è possibile che i dati abbiano fatto più rumore che altro, essendo obsoleti e soggetti a distorsioni tecniche. In questo scenario, la Fed ha tagliato i tassi di 25 pb per la terza volta nel 2025, portandoli al 3,5%-3,75% a causa della debolezza del mercato del lavoro, pur riconoscendo “pressioni inflazionistiche piuttosto elevate”. Di conseguenza, aumentano le probabilità di ulteriori tagli nei prossimi mesi, purché non emergano cambiamenti di rilievo delle prospettive macroeconomiche. Nel frattempo, nell’Eurozona continuano i segnali di ripresa grazie al piano fiscale espansivo della Germania, mentre l’attuale solidità del settore industriale e delle esportazioni cinesi compensa la persistente debolezza della domanda immobiliare e interna. Di conseguenza, i mercati continuano a beneficiare del contesto favorevole: crescita globale resiliente, disinflazione continua e graduale allentamento monetario.
Mercati: fin qui tutto bene
I trend di mercato delle ultime settimane, dunque, non sono molto diversi da quelli osservati dall’inizio dell’anno. Gli indici azionari globali si sono mossi al rialzo con una partecipazione su base ampia, in questo caso sostenuta dal recupero dei titoli small cap statunitensi. Finanza, IT e settori ciclici hanno sovraperformato, mentre i servizi di pubblica utilità, l’immobiliare, la sanità e l’energia non hanno tenuto il passo. Il dibattito che riguarda la valutazione dell’IA, la monetizzazione, i relativi finanziamenti e le eventuali questioni di sovrainvestimento/indebitamento, le dinamiche di adozione e i potenziali vincitori/vinti ha continuato ad alimentare la narrativa di mercato, soprattutto negli Stati Uniti. Sul fronte obbligazionario, i titoli sovrani hanno perso terreno sulla scia della ripresa dei tassi a lungo termine e dell’irripidimento delle curve dei rendimenti, anche se il credito si è nuovamente dimostrato più resiliente. Nel mercato valutario, il dollaro USA si è ulteriormente indebolito e lo yen giapponese ha continuato a deprezzarsi. Infine, l’oro è rimbalzato sopra i 4.400 dollari l’oncia, mentre i prezzi dell’energia sono scesi a nuovi minimi annuali.
Cosa possiamo aspettarci per il 2026?
Nel complesso, le nostre prospettive macroeconomiche restano favorevoli per gli asset rischiosi. Prevediamo una solida crescita economica, che potrebbe anche consolidarsi leggermente in tutte le principali regioni (il vantaggio dei dazi si attenua, iniziano gli effetti degli sgravi fiscali negli Stati Uniti e degli stimoli fiscali in Germania, le condizioni finanziarie restano favorevoli). L’inflazione dovrebbe diminuire, tornando agli obiettivi della banca centrale nella seconda metà del 2026, completando la normalizzazione della politica monetaria. La politica fiscale sembra destinata a rimanere decisamente favorevole. Infine, riteniamo che il boom dell’IA continuerà a offrire ulteriori vantaggi tramite capex e investimenti in infrastrutture energetiche. In questo contesto, continuiamo a considerare poco probabile uno scenario di recessione “naturale”.
La resilienza del portafoglio e la capacità di adattamento dei gestori saranno sicuramente più importanti del solito
Tra i rischi di ribasso destinati a presentarsi inaspettatamente lungo il percorso ci sono quelli legati alle pressioni sui tassi di interesse (inflazione persistente o timori sulla sostenibilità delle politiche fiscali) o, al contrario, un brusco rallentamento dell’attività economica e del mercato del lavoro in particolare, come ha spiegato anche il Presidente della Fed statunitense Jerome Powell nel corso dell’ultima riunione di politica monetaria. In questo contesto molto insolito, la resilienza del portafoglio e la capacità di adattamento dei gestori saranno sicuramente più importanti del solito per orientarsi nel miglior modo possibile nel confuso quadro del 2026. Di conseguenza, abbiamo apportato un solo cambiamento alla nostra asset allocation portando a “leggero sottopeso” la posizione sul dollaro USA, che probabilmente sarà supportato dalla solida crescita statunitense, dall’imminente fine dell’allentamento della Fed e dalla “credibilità” del nuovo Presidente della Fed, che sarà annunciato a breve. Per il resto, rimaniamo complessivamente neutrali con un posizionamento azionario ben bilanciato (tra regioni, settori e fattori) sulla scia di uno scenario macro Goldilocks favorevole, di valutazioni globalmente eccessive e di incertezze geopolitiche ancora forti.














