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Sangue sulle proteste in Iran: il bilancio sale a centinaia di vittime e oltre 10mila arresti

IRAN – La Repubblica Islamica dell’Iran sta attraversando una delle fasi più violente della sua storia recente, con una repressione che non accenna a fermarsi. Secondo gli ultimi dati forniti dall’agenzia Human Rights Activists News Agency (Hrana), il bilancio delle vittime è drammaticamente salito a più di 500 morti, tra cui si contano anche 48 membri delle forze di sicurezza. Le piazze di Teheran, e in particolare il quartiere Punak, continuano a essere il fulcro della resistenza: nonostante il rischio della vita, migliaia di manifestanti si radunano ogni sera per gridare slogan contro il regime, invocando cambiamenti radicali e il ritorno a simboli del passato, come dimostrato dai video che circolano sui canali di informazione internazionale. La macchina degli arresti è altrettanto implacabile, con oltre 10.600 persone finite in manette in meno di tre settimane. Per tentare di arginare il coordinamento della rivolta e isolare il Paese dal resto del mondo, il governo ha imposto un blocco totale di Internet che dura ormai da oltre 60 ore, rendendo estremamente difficile la verifica delle informazioni e la diffusione delle testimonianze video sulle violenze perpetrate nelle strade.

Crisi in Iran e tensioni in Medio Oriente: repressione a Teheran e allerta internazionale

Il persistere degli scontri ha innescato un effetto domino che scuote l’intero equilibrio geopolitico del Medio Oriente. Tel Aviv è attualmente in stato di massima allerta: il governo israeliano monitora con estrema attenzione l’evolversi della situazione a Teheran, temendo che l’instabilità interna possa portare a un’escalation militare o a un intervento diretto degli Stati Uniti. La possibilità di un’azione coordinata da parte di Washington per sostenere i manifestanti o neutralizzare le minacce regionali ha messo in preallarme tutte le forze di difesa nell’area. Mentre la diplomazia internazionale resta col fiato sospeso, la popolazione iraniana sfida il coprifuoco e il silenzio digitale forzato, trasformando ogni quartiere in una zona di conflitto. La crisi umanitaria si intreccia così con una crisi strategica globale: il destino della Repubblica Islamica non è mai apparso così incerto, mentre il numero delle vittime continua ad aumentare ora dopo ora sotto gli occhi di una comunità internazionale che fatica a trovare una risposta comune.

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