MONDO – L’Iraq si trova a un bivio cruciale per la sua stabilità interna e internazionale. Il governo di Baghdad ha recentemente accelerato i piani per centralizzare il controllo degli armamenti, un’iniziativa che mira a porre fine al legame tra le armi e le ideologie politiche o religiose. Come evidenziato dai report dell’Istituto svizzero di studi strategici, il processo non punta a sciogliere le Unità di Mobilitazione Popolare (PMU), nate per contrastare l’ISIS, bensì a integrarle definitivamente come braccio disciplinato e fedele solo allo Stato, applicando finalmente la legge del 2016.
I segnali di apertura e le resistenze interne
L’avvio di questo percorso ha visto l’appoggio parziale di leader chiave come Muqtada Al Sadr e di alcune fazioni disposte a inventariare i propri arsenali in coordinamento con il comando militare. Tuttavia, la strada resta irta di ostacoli geopolitici. Gruppi lealisti legati a dottrine transfrontaliere rifiutano il disarmo forzato, sfruttando i finanziamenti statali ma mantenendo un’autonomia operativa pericolosa. Questa complessa transizione democratica e il monitoraggio dei diritti umani nell’area sono costantemente analizzati dalle diplomazie internazionali, tra cui spicca il lavoro di mediazione svolto dal Dipartimento federale degli affari esteri DFAE.
Il ruolo di Najaf e il futuro della sicurezza
Una forte spinta etica alla campagna guidata dal premier iracheno arriva direttamente dal seminario religioso di Najaf. Il Grande Ayatollah Ali Al Sistani ha infatti ribadito la necessità di confinare le armi esclusivamente nelle mani dello Stato per prevenire interferenze straniere e attacchi transfrontalieri con droni. Il successo di Baghdad dipenderà dalla reale capacità del comitato governativo di prendere il controllo di missili e depositi, trasformando l’Iraq da un territorio frammentato in uno Stato sovrano e credibile.

















