MONDO – La guerra contro l’Iran ha sconvolto gli equilibri del Golfo, mettendo in ginocchio l’export di gas liquefatto e costringendo l’Europa a una drammatica ricerca di alternative. In questo scenario di estrema vulnerabilità, la visita di Giorgia Meloni ad Algeri segna il ritorno della geografia al centro della strategia nazionale. Con il ridimensionamento dei volumi qatarioti, l’Algeria non è più un semplice fornitore, ma la colonna portante della sicurezza energetica italiana. Roma punta sul gasdotto TransMed per blindare i flussi, sfidando la concorrenza interna di una Spagna che si affida al Medgaz. Tuttavia, la solidarietà europea appare un miraggio: nel vuoto di una regia comune, prevale la logica dei singoli Stati impegnati ad accaparrarsi le scarse risorse disponibili prima dei partner.
L’Algeria è il nuovo perno energetico
Per Algeri, la crisi rappresenta una rendita geopolitica senza precedenti, permettendo di monetizzare l’insicurezza altrui attraverso prezzi record. Eppure, i limiti strutturali rimangono: la produzione interna non cresce abbastanza per sostituire interamente il vuoto lasciato dal Medio Oriente. La lezione del 2026 è severa: la diversificazione senza sovranità resta una dipendenza distribuita. L’Italia, legando il proprio destino industriale ai terminali nordafricani, riconosce che in tempi di guerra l’energia non è una merce, ma pura politica di potenza. Il Mediterraneo torna così a essere la retrovia indispensabile di un’Europa indebolita, dove il controllo delle molecole definisce i reali margini di manovra politica e la tenuta sociale dei governi.




