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Cina-Africa: la diplomazia della “trappola del debito” e la corsa ai minerali

MONDO – L’Africa è oggi il fulcro di una nuova competizione globale per le materie critiche, essenziali per la transizione ecologica. In questo scenario, la Cina ha consolidato il primato come partner commerciale, superando UE e Stati Uniti con una crescita degli scambi del 226% tra il 2006 e il 2018. Durante l’ultimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), Pechino ha promesso 51 miliardi di dollari in investimenti e 140 milioni in aiuti militari, puntando a rafforzare l’Iniziativa di Sicurezza Globale (GSI). Il controllo cinese sull’80% del cobalto e sul 61% del litio mondiale permette ai giganti come BYD di dominare il mercato dei veicoli elettrici, utilizzando il suolo africano non solo come fonte estrattiva, ma anche come hub produttivo per aggirare i dazi occidentali.

Geopolitica e transizione energetica: il nuovo volto del FOCAC

Tuttavia, questa espansione porta con sé lo spettro della trappola del debito. Mentre Pechino promuove una politica di non interferenza, molti Paesi africani faticano a onorare i prestiti miliardari, rischiando di dover cedere il controllo di infrastrutture strategiche come i porti. Se da un lato la Cina sostiene il Sud Globale in sedi ONU sulla riforma fiscale e la sovranità, dall’altro le relazioni restano asimmetriche: l’Africa esporta greggio e importa prodotti finiti. La sfida per i 54 Stati del continente resta la frammentazione: senza una visione unitaria, l’Africa rischia di rimanere un terreno di conquista per le potenze emergenti, incapace di trasformare le proprie risorse in una reale autosufficienza economica e politica.

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