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L’eclissi del Sudan: guerra civile e il prezzo del silenzio

MONDO – Quanto pesa una vita umana sulla bilancia dell’attenzione mediatica occidentale? Se la morte avviene nel Darfur o nelle strade di Khartoum, la risposta è un vuoto assordante. Dal 15 aprile 2023, il Sudan vive un’apocalisse causata dallo scontro tra il generale Abdel Fattah al-Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti”. Non è solo una lotta di potere, ma una catastrofe che ha prodotto la più grave crisi di sfollati al mondo: oltre 10 milioni di persone in fuga e 25 milioni che necessitano di aiuti. Mentre le RSF attuano pulizie etniche e distruggono il “granaio del Sudan” nello Stato di Gezira, la carestia è diventata una certezza strutturale. L’Europa, chiusa nella sua “fortezza”, ignora che l’instabilità africana si tradurrà presto in una pressione migratoria senza precedenti.

Una Proxy War Globale: oro, droni e il fallimento della diplomazia

Ridurre il conflitto a una faida interna è un errore: il Sudan è il terreno di una proxy war cinica. Gli Emirati Arabi Uniti sostengono le RSF per il controllo dell’oro, mentre l’Egitto e l’Iran riforniscono l’esercito regolare con droni Mohajer-6 per proteggere i propri interessi strategici sul Nilo e sul Mar Rosso. Anche la Russia è protagonista: dopo il veto all’ONU contro il cessate il fuoco, il Cremlino punta a una base navale strategica barattando protezione diplomatica con risorse. In questo scacchiere, il silenzio della politica internazionale è complice. Ignorare il Sudan oggi significa non solo tradire la nostra coscienza, ma preparare il terreno per un caos securitario globale che busserà inevitabilmente alle porte dell’Occidente.

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