MONDO – Il trasferimento della leadership del Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) lontano da Kabul non risolve la crisi tra Pakistan e Afghanistan, ma si limita a delocalizzarla. Questa mossa, orchestrata sotto la pressione diplomatica di Pechino a Urumqi, rappresenta un mero contenimento tattico: i conflitti in Asia Meridionale non vengono chiusi, ma confinati nelle aree tribali dove il controllo statale è pressoché nullo. Per Islamabad, il TTP resta una minaccia esistenziale alimentata dall’ambiguità dei talebani afghani, i quali, pur spostando i militanti per evitare raid aerei pakistani, non intendono rompere i legami ideologici e tribali con i propri “fratelli” d’armi, mantenendo intatta la loro capacità operativa.
Il ruolo della Cina e l’instabilità delle aree frontaliere del Pakistan
Il nodo strategico si sposta ora sulla Cina, che vede nel corridoio economico sino-pakistano un asset vulnerabile al terrorismo. Pechino non è più una spettatrice, ma una potenza coinvolta che teme infiltrazioni nello Xinjiang. Tuttavia, la strategia di Kabul di “nascondere” il TTP nelle montagne non equivale a un disarmo. Finché la frontiera resterà permeabile e i talebani afghani useranno la militanza come leva politica, la sovranità di Islamabad rimarrà fragile. La crisi non è finita; è solo scivolata fuori dai radar delle capitali, pronta a esplodere nuovamente lungo i confini più instabili del mondo.

















