MONDO – Il Senato degli Stati Uniti ha segnato un punto di svolta nelle relazioni transatlantiche bocciando, con 51 voti contrari e 47 favorevoli, la risoluzione che mirava a limitare l’azione della Casa Bianca verso Cuba. La proposta, guidata dal senatore Tim Kaine insieme a Schiff e Gallego, non intendeva porre un veto assoluto a un conflitto, ma riaffermare l’autorità costituzionale del Congresso per evitare escalation militari o blocchi navali senza un voto esplicito. Con questo rifiuto, la Camera Alta ha preferito garantire al Presidente una piena libertà d’azione, interpretando la situazione cubana non solo come un retaggio della Guerra Fredda, ma come una moderna minaccia alla sicurezza nazionale nel contesto della competizione globale con Russia e Cina.
Verso l’isolamento economico: le conseguenze del voto sulla stabilità di Cuba
L’esito del voto rafforza la strategia di pressione geoeconomica di Washington, spostando il focus su sanzioni energetiche e restrizioni commerciali mirate a colpire i fornitori di petrolio dell’isola. Mentre il presidente Miguel Díaz-Canel invoca la mobilitazione nazionale contro possibili “incidenti costruiti per gradi”, il rischio concreto è che l’indebolimento del controllo parlamentare americano acceleri l’isolamento di Cuba, spingendola paradossalmente verso alleanze più strette con l’asse Pechino-Mosca-Teheran. In questo scenario di tensione permanente nel “cortile di casa” americano, la scelta del Senato di non imporre vincoli preventivi trasforma il dossier Cuba in una partita a scacchi centralizzata nelle mani dell’esecutivo, aumentando l’incertezza per una popolazione già stremata dalla crisi.

















