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Il vino bianco è davvero figlio di un dio minore? Il parere del Sommelier Angelo Sabbadin

DI ANGELO SABBADIN – Per anni il vino bianco è stato considerato il “fratello minore” del vino rosso: più leggero, meno importante, da bere giovane e senza troppe aspettative. Ma è davvero così? Oppure si tratta di un pregiudizio difficile da superare? Negli ultimi anni questa idea è stata messa sempre più in discussione. Sempre più produttori e appassionati stanno dimostrando che anche il vino bianco può essere complesso, profondo e soprattutto longevo. In alcuni casi riesce addirittura a competere con i grandi rossi. Molti vini bianchi sono pensati per essere bevuti giovani, quando sono freschi e profumati. Ma questo non significa che non possano evolvere nel tempo e riservare grandi sorprese. Oggi, grazie alla precisione enologica, dal controllo delle temperature alla protezione dall’ossigeno in pressa fino alle tappature tecniche, anche un vino considerato “entry level” può sorprendere dopo cinque o più anni, rivelando un’anima che la fretta del mercato spesso impedisce di vedere.

Come cambia un vino bianco con l’affinamento

Quando un vino bianco affina non resta uguale: cambia profondamente sia dal punto di vista chimico sia dal punto di vista sensoriale. All’inizio prevalgono aromi freschi, come frutta e fiori. Con il tempo questi profumi diminuiscono e lasciano spazio a note più evolute: frutta tropicale matura o surmatura, miele, frutta secca, cera d’api, spezie come la curcuma e persino sentori minerali particolari come idrocarburi, pietra focaia e grafite, tipici di alcuni Riesling. Anche il gusto cambia: l’acidità inizialmente molto evidente si ammorbidisce e il vino diventa più equilibrato e armonico. Perfino il colore evolve: dal giallo chiaro si passa a sfumature dorate o ambrate. Quando un vino bianco “riposa” avvengono trasformazioni molecolari affascinanti.

Idrolisi dei precursori d’aroma

Molti aromi complessi sono legati a molecole di zucchero e inizialmente non sono percepibili. Con il tempo questi legami si rompono liberando note terziarie come idrocarburo, zafferano, miele e frutta secca.

Polimerizzazione dei fenoli

Anche se in piccole quantità, i composti fenolici si aggregano modificando la texture del vino. Il risultato è un vino meno tagliente e più “oleoso”, setoso e avvolgente.

Riduzione controllata

In assenza di eccessivo ossigeno si sviluppano note di pietra focaia o polvere da sparo che aggiungono profondità e carattere. Tutto questo è reso possibile anche dalla rivoluzione dei tappi. Il tappo a vite Stelvin e i tappi tecnici moderni consentono oggi un controllo molto preciso del passaggio di ossigeno in bottiglia. Il vino così non “muore” per ossidazione precoce, ma evolve in modo protetto, mantenendo brillantezza e sviluppando complessità senza diventare stanco o marsalato.

Graziano Prà e il Soave che sfida il tempo

Nel cuore del Soave Classico, tra i suoli vulcanici neri e i basalti scuri, Graziano Prà rappresenta uno dei capitoli più importanti della viticoltura veneta contemporanea. La sua identità produttiva è costruita sulla valorizzazione della Garganega e sulla ricerca della massima purezza espressiva. I vigneti, situati tra i 100 e i 250 metri di altitudine, regalano vini caratterizzati da una tensione minerale e una sapidità quasi salina diventate nel tempo il marchio di fabbrica della cantina. Tra le etichette simbolo emerge il Soave Classico Otto, dedicato al Border Collie che accompagnava Graziano tra le vigne. Un vino pensato per esaltare freschezza e immediatezza, vinificato interamente in acciaio per preservare i profumi croccanti delle uve più giovani. Ma è con il Soave Classico Monte Grande che la cantina raggiunge la sua massima espressione tecnica e filosofica. Qui l’unione tra Garganega e Trebbiano di Soave viene valorizzata attraverso il taglio del tralcio, una tecnica di leggero appassimento in pianta che concentra zuccheri e aromi, seguita da maturazione in botti grandi di rovere di Allier. Prà è stato tra i primissimi produttori italiani a credere realmente nel potenziale evolutivo del Soave e nella capacità dei grandi bianchi italiani di affrontare il tempo senza timore.

La battaglia culturale del tappo a vite

Insieme ad altri grandi produttori, Graziano Prà ha scelto di diventare promotore e custode del tappo a vite, considerandolo non solo una scelta tecnica ma una vera battaglia culturale. L’obiettivo è preservare:

  • integrità del vitigno;
  • purezza aromatica;
  • precisione espressiva;
  • lavoro svolto in vigna.

Secondo questa filosofia, il tappo a vite rappresenta il modo più efficace per garantire che il vino arrivi nel calice esattamente come il vignaiolo lo ha immaginato.

Degustazione: Soave Classico 2010 Prà

La degustazione più sorprendente è il Soave Classico 2010 Prà, prima annata tappata in Stelvin. Il risultato è oltre ogni aspettativa: un vino ancora in ascesa, perfettamente equilibrato e privo di segni di stanchezza. Al naso emergono note profonde di idrocarburo e gesso, accompagnate da curcuma, cera d’api, albicocca disidratata e pesca sciroppata. La buccia di limone candita e i tocchi di resina e fumo anticipano una bocca densa, vibrante e ancora piena di energia. Valutazione: 90/100.

Soave Classico Monte Grande 2019 Prà

Soave Classico Monte Grande 2019 Prà incanta con il suo oro lucente e un profilo olfattivo esotico e opulento. Mango, passion fruit e melone giallo si intrecciano con camomilla, ginestra, miele millefiori e polvere di gesso. In bocca è caldo, avvolgente e strutturato, sostenuto da una spinta acida che dona slancio al finale. Valutazione: 90/100.

Soave Classico Monte Grande 2016 Prà

Con Soave Classico Monte Grande 2016 Prà si sfiora la perfezione sensoriale.Il colore è oro colato mentre il naso unisce ananas, melone, pietra focaia, incenso e crema pasticcera al limone. Il sorso è fine, energico e attraversato da una lunga scia salata. Valutazione: 91/100.

Soave Wild Ponsara 2025 Prà

Con Soave Wild Ponsara 2025 Prà Graziano Prà ha deciso di spingersi ancora oltre, affidandosi alla fermentazione spontanea e ai lieviti indigeni. Il vino nasce da un vigneto specifico in località Ponsara, caratterizzato da un microclima fresco e ventilato. Il profilo aromatico punta su mela verde, pera abate, pesca bianca e tiglio, intrecciati a sensazioni minerali di roccia bagnata, gesso e leggere note fumé. In bocca è fresco, verticale e sapido, con una densità di frutto che lascia intuire un grande potenziale evolutivo. Valutazione: 88/100.

I grandi bianchi italiani non sono più comprimari

L’idea che il vino bianco sia destinato a un consumo veloce e superficiale appare oggi sempre più superata. I grandi bianchi italiani, quando nascono da territori vocati, viticoltura rigorosa e scelte tecniche precise, possono evolvere per decenni e raggiungere livelli di complessità straordinari. Il Soave di Graziano Prà dimostra come il vino bianco non sia affatto figlio di un dio minore, ma una delle espressioni più affascinanti e luminose dell’enologia contemporanea.

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