MONDO – Il progressivo ritiro della Francia dal Sahel ha segnato la fine di un’epoca, lasciando un vuoto geopolitico che Mali, Niger e Burkina Faso hanno colmato rivendicando una sovranità radicale. In questo scenario, la Russia si è inserita non come semplice fornitore di armi, ma come un’alternativa ideologica e strategica all’Occidente. Attraverso il sostegno alle giunte militari e l’invio di contractor, Mosca offre protezione politica senza le condizionalità democratiche richieste da Parigi. Tuttavia, la sostituzione dei partner non ha risolto l’instabilità: il jihadismo rimane radicato nelle fratture sociali e nelle economie informali, trasformando la regione in un teatro di guerra frammentata dove la sola forza militare appare insufficiente a garantire un controllo territoriale duraturo.
Nuove alleanze e vecchie fragilità: il rischio della trappola geopolitica
Nonostante il cambio di bandiere, le radici della crisi saheliana restano intatte: Stati deboli, confini porosi e popolazioni che percepiscono le istituzioni come distanti o predatorie. Sebbene la Russia ottenga capitale simbolico e accesso alle risorse, rischia di ereditare lo stesso logoramento che ha consumato la presenza francese. La strategia di Mosca, focalizzata sulla sopravvivenza dei regimi centrali, trascura spesso la governance civile e la giustizia sociale, elementi senza i quali i gruppi armati continuano a prosperare. Senza una stabilizzazione che vada oltre l’invio di equipaggiamenti, il Sahel potrebbe trasformarsi per il Cremlino in un successo d’immagine dai costi strategici insostenibili, confermando che in questa regione la legittimità non si conquista solo con le armi.

















