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L’esitazione vaccinale nell’era della disinformazione: lezioni dalla Svizzera

SVIZZERA – L’Europa e il mondo stanno affrontando una crisi vaccinale senza precedenti. Nel 2024, l’Ufficio regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa ha registrato il più alto numero di casi di morbillo degli ultimi 25 anni, mentre negli Stati Uniti si sono verificati i primi decessi per morbillo in oltre un decennio. Questi dati allarmanti evidenziano come l’esitazione vaccinale non sia più un fenomeno marginale, ma una minaccia concreta alla salute pubblica anche nei Paesi con sistemi sanitari avanzati. La diffusione di informazioni errate sui social media, combinata con la perdita di memoria collettiva riguardo alle malattie prevenibili, ha creato un terreno fertile per il calo delle coperture vaccinali. Il paradosso è evidente: mentre i vaccini sono ampiamente disponibili e gratuiti in molte nazioni sviluppate, focolai di malattie come morbillo e pertosse stanno riemergendo proprio dove sembravano definitivamente sconfitte.

Il modello svizzero: fiducia e dialogo come antidoti alla disinformazione

La Svizzera offre un approccio alternativo nella gestione dell’esitazione vaccinale che merita particolare attenzione. Invece di ricorrere a misure coercitive o campagne aggressive, il sistema sanitario elvetico ha sviluppato strategie basate sulla costruzione della fiducia e sul dialogo aperto con i cittadini. Questo modello si fonda su alcuni pilastri fondamentali: comunicazione trasparente sui benefici e i rischi dei vaccini, coinvolgimento attivo dei medici di famiglia nella discussione personalizzata con i pazienti, e rispetto per le preoccupazioni individuali senza giudizi. L’esperienza svizzera dimostra che affrontare l’esitazione vaccinale richiede un approccio multidisciplinare che va oltre la semplice informazione scientifica, incorporando elementi di psicologia sociale, comunicazione efficace e costruzione di relazioni di fiducia durature. Questo metodo, seppur più lento rispetto agli obblighi normativi, sembra produrre risultati più sostenibili nel lungo termine, suggerendo che la chiave per combattere la disinformazione vaccinale risieda nella qualità delle relazioni umane piuttosto che nella forza delle istituzioni.

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