LUGANO – Mercati: meno America in portafoglio, dopo 25 anni. Il commento di Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Asset Management. Continuano i colpi di scena e i mercati azionari americani rimbalzano pesantemente, riportandosi su livelli superiori a quelli del Liberation Day, ma ancora leggermente al di sotto dei massimi del 2025. Sembra quindi che la tecnica di Trump — peraltro già vista durante il suo primo mandato — di minacciare duramente, poi ritrattare e infine concedere, abbia dato anche questa volta i suoi frutti. Personalmente, sono abbastanza convinto che questo modo di agire possa, alla fine, avere un impatto negativo sull’economia reale, considerando che le aziende si trovano in grande difficoltà nella gestione del business futuro. Questo continuo alternarsi di dichiarazioni e smentite comporta distorsioni negli ordini e nelle scorte, che probabilmente porteranno a qualche anomalia nei fatturati e negli utili delle società quotate in Borsa. Va detto che la stagione degli utili del primo trimestre ha sorpreso positivamente: quasi l’80% delle aziende dell’S&P 500 ha superato le aspettative, con una crescita degli utili del 12,5% su base annua. Tuttavia, come ben sappiamo, questo riguarda solo il primo trimestre.
Mercati, il punto di Michele De Michelis: meno America in portafoglio, dopo 25 anni
Attualmente, le previsioni per i prossimi mesi mostrano una tendenza al ribasso, soprattutto a causa dell’incertezza: la crescita attesa per il secondo trimestre è stata rivista al 5,8%, rispetto all’11,3% previsto alla fine del 2024. Analizzando più nel dettaglio alcuni attori chiave, come le Mega Big Cap tecnologiche, notiamo che alcune — ad esempio Microsoft e Meta — continuano a offrire segnali incoraggianti, mantenendo robusti investimenti nell’intelligenza artificiale, con un impegno complessivo superiore ai 152 miliardi di dollari. Al contrario, le aziende più esposte alle tariffe e alla spesa dei consumatori, come Amazon e Apple, hanno fornito previsioni più caute, citando l’incertezza commerciale come fattore determinante. Potrebbe quindi sembrare che la contrazione economica sia principalmente legata a un temporaneo aumento delle importazioni, con aspettative di ripresa nel secondo trimestre. Tuttavia, considerati i continui stop and go di Trump, diventa difficile fare qualunque tipo di previsione affidabile. Mi sembra quindi piuttosto evidente che le prospettive per il resto dell’anno dipenderanno in gran parte dagli sviluppi sul fronte commerciale, con tariffe e negoziati che rimangono la principale fonte di incertezza.
Le previsioni
In uno scenario base, con tariffe contenute entro il 10% per la maggior parte dei partner commerciali, si prevede una crescita del PIL Usa intorno all’1,5% per il 2025. La Federal Reserve, osservando attentamente questi sviluppi, probabilmente ritarderà i tagli dei tassi alla seconda metà dell’anno. Fortunatamente, almeno Powell resiste e cerca di non farsi mettere i piedi in testa dal Presidente, che in più occasioni ha minacciato di cacciarlo per non aver abbassato il tasso di sconto. E meno male, aggiungo io, perché altrimenti non avrebbe alcuna arma a disposizione qualora la situazione macroeconomica statunitense dovesse effettivamente peggiorare nel corso dell’anno, per i motivi sopra descritti. Se guardiamo i dati sulle vendite al dettaglio appena pubblicati, vediamo consumi in rallentamento ma ancora decenti, così come il mercato del lavoro, che inizia a mostrare qualche piccolo segnale di deterioramento. Sebbene ad aprile siano stati creati 177.000 nuovi posti di lavoro, superando le attese, i jobless claims sono saliti a 229.000, con una media a quattro settimane di 230.500 — il valore più alto da gennaio.
La sensazione è quindi quella di un lento raffreddamento, causato dall’incertezza. Qualcuno potrà obiettare che tutto questo sia già stato “prezzato” nei valori delle azioni e degli indici. In realtà, sebbene sia opinione diffusa che i mercati azionari siano un buon indicatore di quanto accadrà nell’economia reale, non è sempre così. Come ben sintetizzato dalla celebre frase di Paul Samuelson, “il mercato ha previsto nove delle ultime cinque recessioni”. Possiamo quindi riassumere dicendo che lo status quo potrebbe cambiare e che l’attuale sistema economico potrebbe essere soggetto a mutamenti improvvisi. Inoltre, è importante tenere sempre a mente che:
- La valutazione delle azioni è elevata e gli investitori sono pesantemente esposti.
- La leva finanziaria può amplificare le perdite in caso di crisi.
- Il mondo è diventato eccessivamente indebitato, il che — come abbiamo già visto — può generare forti oscillazioni.
Per tutti questi motivi, gli investitori dovrebbero mantenere un approccio prudente e puntare su un’adeguata diversificazione degli investimenti. In questo contesto sembra avere molto senso detenere anche asset non americani, dopo uno strapotere durato oltre 25 anni.










