MERCATI – La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran si è interrotta, innescando un’immediata ondata di vendite sui mercati asiatici. La ripresa delle ostilità ha spinto gli investitori verso i beni rifugio, provocando pesanti cali generalizzati nei principali listini. Tokyo ha ceduto lo 0,7%, mentre la Cina ha frenato con Shanghai a -0,21% e Shenzhen a -0,86%. A pagare il prezzo più alto sono state Seul, con il Kospi a -1,91%, e Hong Kong, dove l’indice Hang Seng è sprofondato del 1,94%. In controtendenza solo Taiwan (+0,6%), mentre l’Australia ha perso lo 0,8%.
Il petrolio torna a correre: Brent oltre i 93 dollari
Il ritorno dei conflitti ha completamente ribaltato le dinamiche del greggio. Quando la pace geopolitica sembrava possibile, il Brent Crude Oil era sceso del 4,6% a 92,25 dollari. Nelle ultime contrattazioni, il benchmark internazionale è invece rimbalzato di 1,70 dollari, portandosi a 93,95 dollari. Stesso copione per il greggio statunitense WTI, che ha guadagnato 1,68 dollari attestandosi a 90,36 dollari, dopo aver toccato i minimi di metà aprile a quota 88,68 dollari.
Stretto di Hormuz: l’hub energetico della crisi
Le quotazioni dell’oro nero avevano precedentemente trovato stabilità, scendendo sotto i 100 dollari, grazie alla speranza di un accordo bilaterale per sbloccare i corridoi marittimi. Il focus resta lo Stretto di Hormuz, un canale nevralgico per il transito delle petroliere in uscita dal Golfo Persico. Fino a quando i negoziati per la sicurezza dei trasporti non riprenderanno, la volatilità sui mercati azionari e sulle materie prime rimarrà elevatissima.

















