MONDO – L’instabilità del sito di Chernobyl torna a scuotere i mercati e le istituzioni internazionali, configurandosi non solo come un’emergenza ambientale, ma come una pesante ipoteca economica per l’intera Europa. Secondo il recente rapporto di Greenpeace, l’attacco condotto lo scorso febbraio da un drone russo contro il New Safe Confinement ha compromesso l’integrità della struttura progettata per durare un secolo. Lo squarcio di 15 metri quadrati ha alterato i parametri di umidità interna, accelerando i processi di corrosione. Il timore concreto è un crollo del “sarcofago”, la precaria struttura in cemento del 1986, che comporterebbe una dispersione massiccia di polveri radioattive. Oltre al danno ecologico, si profila un disastro finanziario: l’opera, costata oltre 2 miliardi di euro e finanziata dalla comunità internazionale, rischia di vedere vanificati i suoi sforzi, richiedendo nuovi e ingenti stanziamenti d’urgenza per evitare la catastrofe.
Il rapporto: a rischio la prima copertura del 1986 dopo l’attacco deliberato con un drone russo
Sotto il profilo degli investimenti e della sicurezza energetica, l’allarme lanciato alla vigilia del quarantesimo anniversario del disastro impone una revisione dei costi di mantenimento dei siti nucleari in zone di conflitto. La riparazione temporanea dello scudo non appare sufficiente a garantire la stabilità della “zampa d’elefante” e dei materiali fusi ancora presenti nel reattore 4. Gli analisti avvertono che un eventuale crollo interno costringerebbe a una revisione totale dei piani di smantellamento, con un incremento esponenziale delle spese per la protezione dei lavoratori e la bonifica dei terreni. In un contesto geopolitico già teso, la vulnerabilità di Chernobyl diventa un fattore di rischio sistemico che incide sui costi assicurativi e sulla percezione di sicurezza delle infrastrutture critiche europee, trasformando un atto di guerra in un onere economico di lungo periodo per i contribuenti globali.


















