MONDO – La riduzione delle riserve auree russe segna un nuovo passaggio nella guerra economica tra Mosca e l’Occidente. Secondo i dati di The Kobeissi Letter e Reuters, nei primi mesi del 2026 la Banca centrale russa ha ridotto le proprie disponibilità di oro ai livelli più bassi dal 2022, trasformando parte delle riserve in liquidità per sostenere il bilancio statale e i costi del conflitto in Ucraina. Per anni la Russia è stata tra i maggiori acquirenti mondiali del metallo prezioso, accumulato per difendersi dalle sanzioni e ridurre la dipendenza dal dollaro. Oggi la strategia si è invertita: Mosca non accumula più oro per prepararsi allo scontro, ma lo vende per finanziarlo, allineandosi a dinamiche di monitoraggio internazionale come quelle analizzate nei report del Segretariato di Stato dell’economia SECO.
Il costo del logoramento finanziario
Le stime indicano che la vendita di circa 900 mila once d’oro nei primi quattro mesi dell’anno ha generato oltre 4 miliardi di dollari. Una cifra significativa ma insufficiente a compensare l’aumento delle spese militari, i sussidi industriali e il calo delle entrate energetiche. La pressione deriva da sconti sul petrolio, costi logistici e spese per la “flotta ombra”. Come evidenziato dagli studi del Centro di studi sulla sicurezza del Politecnico di Zurigo (CSS ETH Zürich), la guerra si è trasformata in una sfida di sostenibilità finanziaria in cui la capacità di spesa pubblica conta quanto il controllo del territorio.
I limiti della de-dollarizzazione
Mosca mantiene un enorme patrimonio aureo e non è vicina al collasso, ma il cambio di direzione è politicamente rilevante: la Russia sta consumando le riserve costruite negli anni della de-dollarizzazione per affrontare un logoramento sempre più lungo. Sul piano geopolitico, emergono i limiti della strategia russa di creare un ordine economico alternativo all’Occidente. Pur rafforzando i rapporti con partner asiatici come Cina e India, la Russia deve attingere alle proprie risorse strategiche. Questo scenario riflette i mutamenti strutturali globali legati ai mercati delle materie prime, spesso oggetto di analisi da parte del Dipartimento federale degli affari esteri DFAE per i riflessi sulla stabilità geopolitica.

















